Angeli della morte, con la patente

Protagonisti di «Goetz e Meyer» sono due sottufficiali delle SS, autisti di questi convogli di morte, poi abbandonati perché lenti e poco «economici»

Prima che lo sterminio degli ebrei raggiungesse il ritmo industriale delle camere a gas erano state sperimentate altre forme di distruzione poi abbandonate perché troppo lente e quindi poco «economiche»: i camion a gas, utilizzati fra il '41 e il '42 nella Jugoslavia occupata dai tedeschi. Con la scusa di dover essere trasferiti i condannati venivano caricati su un autocarro e poi, strada facendo, uno dei due autisti (sottufficiali delle SS) collegava il tubo di scappamento con il cassone dove erano rinchiusi i prigionieri. Con questo sistema furono asfissiati 5000 ebrei jugoslavi (un centinaio alla volta) in un andirivieni quotidiano fra il campo d'internamento di Belgrado e quello di Jaijnci, distanti quindici chilometri l'uno dall'altro. A questa storia e ai suoi protagonisti (due sottufficiali delle SS che guidavano il camion) si è ispirato David Albahari (nato nel '48 nel Kosovo) dopo aver saputo che 35 persone della sua famiglia sono state eliminate in quel modo. Si è documentato, ha raccolto testimonianze e ha scritto un romanzo Goetz e Meyer (Einaudi, pp.120, euro 10,50) in cui ha cercato di dare un volto e un nome ai due autisti, Goetz e Meyer, appunto. Attribuendo ai due personaggi un’identità, sia pure di fantasia, immaginando i loro dialoghi e le loro mosse, l'autore ha tentato di sottrarre le vittime (sepolte in ignote fosse comuni) dal nulla. Egli stesso - con un abile intreccio letterario - s’immedesima nell’uno o nell'altro dei sottufficiali, ne ricostruisce la stanchezza, la noia, l'indifferenza, sentimenti che hanno preso il posto dell'orrore, dello sdegno, della pietà. Ogni giorno due viaggi, ogni giorno l'esasperazione dell'abitudine.
Il momento che offriva qualche novità ai due sottufficiali era l’ingresso nei campi: i prigionieri pronti erano gruppi sempre diversi, i bambini selezionati per il viaggio accorrevano per avere un cioccolatino senza mai sospettare che quei soldati tanto generosi fossero angeli della morte. Lo scrittore ha trovato il sistema per confondersi, in alcune parti, con i suoi personaggi in modo che la voce narrante sembri una sola: a volte è il grasso Meyer, a volte il magro e allampanato Goetz, entrambi giovani, sani, ben curati e (si pensi alla Banalità del male di Hannah Arendt) paradossalmente non cattivi, assidui al compito assegnato perché la guerra è guerra e bisogna sempre obbedire.