«Ankara si scusi anche per il genocidio dei greci»

Non ci fu solo il massacro armeno: vennero sterminati pure i discendenti di Giasone sul Mar Nero

Gilda Lyghounis

«Dobbiamo evitare un’escalation di tensione fra i nostri Paesi», si sono detti al telefono martedì i ministri degli Esteri greco e turco, dopo lo scontro in volo fra due rispettivi jet militari nei cieli sopra Karpathos, isola del Dodecanneso. Ma a attizzare il fuoco della discordia fra Grecia e Turchia, divise da questioni che vanno dai confini delle acque territoriali e dagli spazi aerei fino alla trentennale occupazione anatolica di un terzo dell’isola di Cipro, ora ci si mettono pure i fantasmi. Precisamente, quelli di circa 350mila Greci del Ponto Eusino (il nome antico del Mare Nero), trucidati insieme a un milione e mezzo di armeni all’epoca della prima guerra mondiale e dello sfaldamento dell’impero ottomano, fra il 1916 e il 1924.
Un genocidio dimenticato da tutti, quello degli Ellenoponti come vengono chiamati nelle regioni del Mar Nero (dimenticati da tutti tranne proprio dalle associazioni armene, che li ricordano come fratelli di sventura), ma per cui ieri, un’ora esatta dopo lo scontro aereo, il Parlamento ellenico all’unanimità ha deciso che la Turchia deve chiedere scusa, se davvero vuole entrare nell’Unione europea. «Atene farà di tutto per imporre il riconoscimento del genocidio dei greci del Ponto dalla comunità internazionale», aveva già precisato una settimana fa il ministro degli Esteri Dora Bakojanni, durante una commemorazione dello sterminio. A Salonicco, nel nord della Grecia, è stato inaugurato anche un monumento alla Memoria, costato alla città la cancellazione immediata del programmato gemellaggio con la metropoli turca di Izmir, da parte del sindaco anatolico Aziz Cocaoglu, appoggiato dal ministro degli Esteri Abdullah Gul, che già deve affrontare la richiesta francese di riconoscere il genocidio degli armeni, come prerequisito per entrare nell’Ue.
Ma chi erano davvero i Greci del Ponto? Vivevano, e in parte ancora vivono, sulle coste del Mar Nero da 3000 anni. La leggenda narra che abbiano seguito il biondo eroe Giasone alla ricerca del Vello d’oro nella Colchide, l’odierna Georgia. Poi, su queste sponde hanno vissuto il crollo di molte dominazioni e civiltà: l'impero romano e quello bizantino, i Sultani turchi e la Russia dei Soviet. Di fatto si sono sparpagliati lungo tutto il Ponto Eusino, dove hanno parlato la propria lingua e officiato la propria fede per diversi secoli, dopo avere fondato nel sesto secolo avanti Cristo città costiere del Caucaso come Dioscuride (l’odierna Suhumi in Georgia) o la colonia greca di Trapezunte, oggi Trapzun in Turchia: la favolosa Trebisonda. Un censimento all’indomani del crollo del muro di Berlino, nel 1989, contava ancora 358mila greci nell’ex Urss, di cui 100mila in Georgia. Molti ci erano arrivati in seguito alle persecuzioni da parte ottomana, per poi subire le deportazioni di Stalin fino al remoto Kazakistan, al confine con la Cina. Vita dura per gli Ellenoponti.
Ma c’è chi, proprio in Turchia, non li ha dimenticati: la giovane regista Yesin Ustaoglu nel recente film “Aspettando le nuvole“, dove si narra la tragedia di una famiglia greco-pontica di Trebisonda, dove ancora oggi vive uno sparuto drappello di questi strani Elleni che parlano una lingua antica infarcita di parole turche e slave, incomprensibile ormai ad Atene.