Ankara stanca dell’Europa rivuole l’impero ottomano

Sarebbe utile sapere se nell'incontro fra Obama e Netanyahu, durato un'ora e mezzo nonostante l'urgenza del presidente di partecipare ai funerali delle vittime del massacro di Fort Hood, si è parlato di Turchia oltre che di Palestina e Iran. Il rovesciamento dei rapporti fra Ankara, Siria e Iran, nemici storici, il raffreddamento dei rapporti con Israele, il crescente controllo turco sull'approvvigionamento europeo di petrolio, potrebbe rivelarsi per l'Europa e per la Nato non meno problematico della questione nucleare iraniana.
Che la Turchia stesse cambiando politica estera era chiaro sin dal 2003 quando mise il veto al passaggio delle truppe americane in azione contro l'Irak. Il raffreddamento dei rapporti con Israele, accompagnati dagli attacchi verbali del premier Erdogan contro Gerusalemme («è più facile trattare con Bashir del Sudan che con Netanyahu») non sono il prodotto principale ma il termometro di un riorientamento turco che nasce da tre delusioni e da quattro cambiamenti storici.
Le delusioni: fallimento della politica di espansione nelle ex repubbliche asiatiche di lingua turca dell'Urss; fallimento di accettazione nella Comunità europea; fallimento degli sforzi di mediazione nel conflitto palestinese (a cui Israele ha contribuito lanciando l'operazione contro Gaza il giorno dopo aver assicurato al premier Erdogan l'interesse nella sua mediazione e negando al ministro degli Esteri turco Davutoglu l'accesso a Gaza).
I cambiamenti storici: fine della guerra fredda e del pericolo sovietico; fine del pericolo arabo con il crollo del regime di Saddam, con l'isolamento della Siria (sulla questione dell'acqua della Mesopotamia, delle rivendicazioni territoriale su Alessandretta), con la perdita di leadership araba dell'Egitto, avversari che giustificavano l'alleanza con Israele dietro alle loro spalle; fine della dipendenza economica con l'occidente grazie allo sviluppo delle esportazioni nel mondo arabo islamico; fine della tensione con l'Armenia e con i curdi (rapporti diplomatici con la prima, e con l'Irak per il Kurdistan).
Per sfruttare questi cambiamenti storici si è sviluppata la dottrina della "soft power" turca che rilancia l'idea di un impero ottomano di cui il ministro degli esteri Ahmed Devutoglu è la mente e il premier Erdogan il cuore. Rinascita basata sulla penetrazione commerciare e sulla diplomazia della mediazione dei conflitti regionali con tre ricadute interne importanti: limitare l'autorità dei militari "custodi" del laicismo di Ataturk; consolidare la presenza del partito islamico Akp fra le masse conservatrici dell'Anatolia in competizioni con l'intellighenzia laica di Istanbul; permettere il consolidamento di quello che è sempre stato un partito islamico fondamentalista solo a parole ammiratore dei valori occidentali.
Non avendo più bisogno di Israele alle spalle del nemico arabo e per evitare il voto del Congresso americano sul massacro degli Armeni ; avendo indebolito grazie alle pressioni europee il ruolo dell'esercito nella politica turca; assistendo all'affievolirsi della leadership americana, denunciare Israele (cassa di risonanza mondiale) senza per altro rompere i rapporti economici e tecnologici militare, bilanciare le esitazioni dell'Europa con la pressione energetica, non costa e può produrre ottimi risultati nel mondo Islamico.
Le truppe del sultano di Costantinopoli non sono certo ritornate alle porte di Vienna. Ma i manifestini che denunciano il "cavallo di Troia coi colori dell'Islam" diffusi a Varsavia e in altre capitali europee appaiono più realistici di quello che sembrano.