Gli anni faticosi della ricostruzione

Il 12 marzo 1947, il presidente Truman definiva, di fronte al Congresso degli Stati Uniti, l’aggressivo espansionismo sovietico come una questione vitale per la sicurezza internazionale. Per fronteggiare questa minaccia, il contributo economico di Washington ai Paesi del blocco occidentale doveva rappresentare lo strumento essenziale per la difesa della democrazia. Nel formulare la decisa intenzione del suo governo a «sostenere i popoli liberi che resistono a tentativi di sottomissione da parte di minoranze armate o da pressioni esterne», Truman sosteneva che l’aiuto in quella direzione andava fornito principalmente attraverso l’assistenza economica e finanziaria. Di lì a pochi mesi, il segretario di Stato, George Marshall annunciava un formidabile programma di intervento in favore delle nazioni europee, denominato European Recovery Program (Erc), aggiungendo che la politica statunitense non era diretta «contro alcun Paese o dottrina, ma contro la fame, la miseria, il caos», proponendosi come unico obiettivo di «riattivare nel mondo un’economia efficiente, in modo che si producano condizioni che permettano la vita di libere istituzioni».
A queste affermazioni, replicava da Mosca, una nota della Pravda, che definiva il piano Marshall una manovra imperialistica «per esercitare pressioni politiche con l’aiuto del dollaro», in modo da «interferire negli affari interni degli altri Paesi». Il comunicato conteneva l’invito ai partiti comunisti dei Paesi occidentali ad impegnarsi attivamente per promuovere scioperi e agitazioni contro gli aiuti americani.
Il maturare di questa congiuntura aveva indotto De Gasperi a denunciare l’alleanza politica del Cnl, con l’apertura di una crisi di governo, formalmente iniziata il 13 maggio 1947. Lo statista cattolico riteneva che i dissensi profondi relativi alla politica estera e al modo di lottare contro l’inflazione rendessero ormai impossibile continuare «l’alleanza di guerra» con comunisti e socialisti. Fra gennaio e maggio di quello stesso anno, la svalutazione aveva avuto impennate preoccupanti. Nello stesso periodo il costo della vita era aumentato con un ritmo quasi proporzionale alle perdite di valore della moneta, mentre restava ancora drammaticamente irrisolto il problema della ricostruzione del Paese.
L’avvento del quarto ministero De Gasperi fu salutato dal Pci come una sorta di colpo di Stato borghese-reazionario, che avrebbe provocato disordine e miseria. Al contrario, il nuovo gabinetto fu in grado di sostenere la responsabilità di gestire l’ordine pubblico e la difficile crisi economica senza l’appoggio delle sinistre. Grazie all’apporto di tecnici liberali, come Luigi Einaudi, che assunse la guida dei dicasteri delle Finanze e del Tesoro, veniva lanciata una coraggiosa manovra antinflazionista, che costituì la base per la rinascita del Paese. Nello stesso periodo fu realizzata la ristrutturazione dei settori preposti all’intervento finanziario pubblico, attraverso la riforma dell’Istituto per la Ricostruzione Industriale (Iri).
Il Piano Marshall veniva approvato dal governo italiano, che il 2 febbraio 1948 stipulò con gli Stati Uniti un nuovo trattato di amicizia, commercio e navigazione. Dopo il varo dell'Erc, vennero costituiti gli organi per la sua amministrazione e il suo funzionamento. L’Eca (Economic Cooperation Administration), concepita come una struttura permanente per la cooperazione economica dei Paesi europei, costituì il modello e la premessa indispensabile per la costruzione delle future strutture comunitarie europee. Il programma di aiuti prevedeva una spesa di 13 miliardi di dollari, nel giro di quattro anni, a beneficio di sedici Paesi, concessi in forma gratuita nella misura del 90 per cento e per il 10 per cento sotto forma di crediti a lunghissimo termine e a tassi molto contenuti. Nello stesso periodo l’Urss si appropriava invece dei beni delle nazioni dell’Europa orientale per un valore di circa 14 miliardi di dollari, giustificando pienamente il giudizio di Luigi Sturzo che aveva definito, nel 1947, l’esperienza collettivistica sovietica, «economicamente come capitalismo di Stato e politicamente come totalitarismo».
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