Gli anni di piombo bussano ancora alla porta

Francesco Costa racconta il terrorismo visto da due opposte prospettive: del rivoluzionario e dell’idealista

In uno dei frammenti de La volontà di potenza, Nietzsche definisce il nichilismo «il più inquietante degli ospiti». Un ospite può essere gradito o sgradito, come sapeva bene D’Annunzio che al Vittoriale aveva predisposto due stanze diverse per ricevere gli uni o gli altri. Ma in ogni caso, per il semplice fatto di essere arrivato, reclama la nostra attenzione, esige delle cure. La più elementare educazione imporrebbe di non abbandonarlo a se stesso, e anche solo per sbarazzarcene siamo obbligati a entrare in rapporto con lui.
Leggendo il romanzo Il dovere dell’ospitalità di Francesco Costa (Rizzoli, pagg. 250, euro 16) viene spontaneo applicare la definizione nietzschiana al terrorismo. Il libro ci fa rivivere il caso di quelle persone rimaste ignote che negli anni della lotta armata in Italia diedero asilo a brigatisti in fuga. Un giovane sceneggiatore venuto a Roma da Bagnoli in cerca di gloria si trova costretto a ospitare un altrettanto giovane terrorista ricercato dalla polizia. Incerto se denunciarlo o meno, si ricorda che anche Goethe, suo idolo, si era esposto personalmente per salvare la vita di un nemico giacobino che rischiava il linciaggio, e decide di seguire il suo esempio.
Nelle quattro settimane di convivenza, pur tra reciproci sospetti e angosce, i due imparano a conoscersi e a definire due modi opposti di intendere la rivoluzione. Il taciturno, rabbioso rampollo dell’alta borghesia che ha dichiarato guerra al mondo, in realtà «gioca a fare la rivoluzione». Infarcito di ideologia e di astratte parole d’ordine, il suo moralismo ricorda da vicino «l’Inquisizione e il Nazismo». Con l’unica concessione, non piccola in verità, che almeno lui ha rinunciato a una vita comoda e ha rischiato in prima persona. Il protagonista invece rifiuta la violenza e coltiva un sogno, romantico ma solo in apparenza naïf: difendere valori poco considerati come la bellezza, l’amore, l’«arte del narrare». La sua rabbia alimenta un’incoercibile volontà di scrivere, l’arma migliore per riscattare le umili origini e per ribellarsi contro il cinismo e la pochezza dell’ambiente cinematografico romano. Impietoso anche il ritratto del Sessantotto italiano, rappresentato da una portinaia involgarita. Invece di inaugurare «un’era di fantasia e di bellezza», finì per «assassinare il senso del magico nei bambini» e «santificare ogni forma di trivialità».
Il libro si fa apprezzare per lo stile brillante, ironico, perfetto per sbeffeggiare le idiosincrasie del terrorista e dei cineasti, ma ogni tanto indulge ai difetti di certo cinema italiano (deprecato a parole, ma non basta dire «sembrava di essere in un brutto film» per cancellare l’impressione di esserci veramente). Eppure alla fine, rileggendo le pagine sulla marcia pacifista del 2003, si rimane con una perplessità: fatta salva la difesa dei valori e il dovere di capire le ragioni dell’altro, è davvero il pacifismo a oltranza la strada giusta? O per mettere alla porta un ospite invadente come il terrorismo, bisogna essere disposti a usare anche altri mezzi?