Anno 1939, uno scritto profetico...

Rievocando le vicende del 1915, accennava all’impreparazione bellica dell’Italia

Sul prossimo numero di Nuova Storia Contemporanea appare un’interessante raccolta di documenti relativi al rapporto tra colui che è stato definito «forse il più grande storico del Novecento» e quello che fu certamente il più influente quotidiano italiano della prima metà di quello stesso secolo. Il lavoro di Simona Duranti, Gioacchino Volpe e il «Corriere della Sera», 1926-1945, che costituisce la trascrizione integrale della corrispondenza tra lo storico e i vari direttori che si succedettero in via Solferino, è un indicatore importante delle relazioni, spesso contrastate, fra Volpe e la dittatura.
Particolarmente significativa a questo proposito è la storia di una mancata collaborazione al quotidiano milanese, che ha per sfondo la primavera del 1939, quando l’onda lunga del nuovo conflitto mondiale andava lambendo minacciosamente e ineluttabilmente anche il nostro Paese. Il 18 marzo di quell’anno, Volpe proponeva un elzeviro dedicato alla rievocazione della «vigilia di guerra» del maggio 1915. Già composto, il pezzo veniva però rifiutato dalla redazione romana, che fungeva da filtro tra il Ministero della Cultura Popolare e la direzione del quotidiano. Alla data del 24 maggio, Borelli rispediva le bozze dell’articolo allo storico per una revisione, consigliando di adeguarne i contenuti all’«espressione ufficiosa, se non ufficiale del pensiero delle Gerarchie». Volpe rifiutava e l’articolo respinto sarebbe rimasto sepolto nell’archivio storico del Corriere.
A leggerlo adesso, i motivi di quella censura appaiono evidenti. Se il fascismo aveva fatto della Grande Guerra un evento da leggersi in termini di mero precorrimento della rinascita nazionale, che poi si sarebbe avverata con la «rivoluzione» del 1922, Volpe considerava la partecipazione italiana al primo conflitto come il frutto della volontà di diverse correnti politiche: dai nazionalisti, al movimento democratico-interventista, al ceto politico liberale. In questo modo, Mussolini entrava come una semplice componente nella galassia del vario interventismo italiano, che aveva tratto la sua ispirazione dagli ideali della Destra storica.
Nel pezzo cestinato, Volpe faceva intendere, inoltre, che il nuovo conflitto, nel quale l’Italia di lì a poco sarebbe precipitata, avrebbe dovuto essere non «guerra fascista», ma ancora una volta guerra nazionale, da condurre alla luce dei più puri principi del realismo politico. All’appuntamento bellico, l’Italia comunque si presentava «impreparata», ieri come oggi, e non soltanto per il suo insufficiente potenziale economico e militare, ma anche per la sua stessa posizione geopolitica. Nel 1915 il governo italiano, ricordava Volpe, aveva scelto di scendere in campo al fianco di Francia e Gran Bretagna, dopo essersi domandato: «Che cosa sarebbe avvenuto delle città costiere italiane? Che della Libia, dove 50.000 uomini vivevano giorno per giorno dei rifornimenti della Madrepatria? Che dell’Eritrea, rinserrata tra Suez e Aden? E il carbone? E la lana? E il grano e il petrolio e il cotone che ci venivano dall’Inghilterra o attraverso il mare dominato dall’Inghilterra?».
Quegli inquietanti interrogativi, suggeriva l’articolo, sensati ieri, lo erano a maggior ragione oggi. Era una considerazione che avrebbe assunto un valore drammaticamente profetico.