Anthony Bourdain e quei delitti cotti al sangue

Non so se Anthony Bourdain sia diventato chef alla Brasserie Les Halles di Manhattan, nonostante i suoi successi editoriali, o proprio grazie a questi. I suoi ultimi libri tradotti in Italia mi erano parsi una minestra riscaldata, anzi, una rimasticatura di Kitchen Confidential, opera in bilico tra volgarità e genialità, ma comunque notevole.
Una molto piacevole sorpresa è stata quindi la lettura di Un osso in gola (Marsilio, pagg. 333, euro 17, traduzione di Luca Conti), noir scritto con mestiere, che probabilmente svela il vero talento di uno scrittore. Il quale non rinuncia alle escursioni porno-gastriche - sono la sua cifra letteraria! - ma riesce a dosarle con sapienza, mostrando acutissimo spirito di osservazione e capacità descrittive. Il libro di Bourdain, per esempio, dipinge con impressionante realismo il mondo delle tossicodipendenze. È bravo davvero, il Nostro, a passare dalla puzza di orina e di sangue di un quartiere degradato di New York al profumo del fois gras innaffiato da un bicchiere di Sauternes freddo. Straordinaria anche la verosimiglianza dei mafiosi italo-americani. Ben costruita la storia, in cui si passa, appunto, dal disgusto per l’efferatezza dei delitti all’iper-salivazione connessa alle scene d’alta cucina. Poche cose catturano come l’orrore, e Bourdain lo sa. Quando un mafioso «giustizia» un nemico utilizzando un’arma particolarmente potente, l’illustrazione degli schizzi di materia cerebrale è, nel suo genere, esemplare, mentre addirittura geniale pare la storia del canino della vittima, che la polizia scientifica troverà diversi metri più in là del luogo del delitto, conficcato in un palo telefonico... Anche la minuziosa e competente descrizione delle armi denota lodevole pignoleria, che mi piace associare alla forma mentis di chi pratichi professionalmente la più esatta fra le scienze: la gastronomia.
Il libro narra la storia di Tommy Pagano, aiuto-cuoco assunto in un locale newyorkese in seguito all’intervento dello zio mafioso. Suo malgrado, Tommy sarà testimone di un delitto e dovrà lottare con la sua coscienza e col suo istinto di sopravvivenza districandosi tra parenti mafiosi, amici tossici e Federali. A leggere Bourdain, sembrerebbe che, tra i fornelli, circolino più cannabis, coca ed eroina che prezzemolo e olio d’oliva. Naturalmente si tratta di finzione letteraria, ma anche in questo campo la competenza dell’autore è ammirevole. Bourdain, che è pure un furbo di tre cotte, alla fine ha però rappresentato i suoi drogati come uomini che cadono e faticosamente si rialzano, animati da una lodevole volontà di riscatto. Il cuoco è diventato romanziere, il provocatore «maledetto» s’è fatto virtuoso e conformista. Terrà famiglia anche lui, magari dalle parti di Manhattan...