Antimoderno ma illuminato: il cattolicesimo di Maritain

N ell’opera di Jacques Maritain trovò saldo approdo filosofico tutta la tensione accumulata della cultura cattolica francese ottocentesca e del primo ’900. Già significativa è la parabola delle scelte e delle svolte del suo pensiero: socialista in gioventù, si avvicinò allo spiritualismo di Bergson, accompagnato da un Charles Péguy non ancora approdato al cristianesimo degli ultimi anni. Poi incontrò lo scrittore cattolico più furioso d’Europa, Léon Bloy, che lo convertì alla Chiesa di Roma e gli fece da padrino di battesimo. Tutte esperienze che Maritain condivise con la moglie Raissa, compagna di vita e di studi veramente complementare, dato che lei si dava alla poesia e alla mistica e lui alla scienza e alla filosofia.
Il pensiero moderno secondo Maritain (Città Nuova, pag. 266, euro 18), primo di due volumi firmati da Piero Viotto (il secondo, dedicato al pensiero moderno, uscirà in febbraio) illustra la storia della filosofia secondo questo illustre convertito. Ovviamente l’interpretazione che diede del lavoro dei suoi predecessori fu di parte, schierata, militante. In principio si proclamò «antimoderno» e rilanciò il Tomismo per rispondere alle sfide poste da umanesimo, illuminismo, idealismo, marxismo e infine nichilismo. Il pensiero di San Tommaso, quello ufficiale della Chiesa, doveva attrezzarsi per combattere senza complessi di inferiorità tutti gli «ismi» moderni. Maritain non era però un reazionario nostalgico della «cristianità sacrale» del medioevo, secondo lui occorreva semmai risvegliarne e difenderne le positività, nella piena accettazione del sistema democratico. Convintamene antifascista, teorizzò nella sua opera più famosa, Umanesimo integrale del 1936, il dialogo con i marxisti. Nella grande cristianità che ormai oltrepassava i confini della Chiesa cattolica, i comunisti guadagnarono così un posto di rilievo; soprattutto in Italia, dove il Maritain politico ha ispirato non poco Dossetti e tutta la sinistra Dc dai tempi della Costituente fino alla nascita dell'Ulivo. Sui marxisti prese un abbaglio, come fu constatato dal suo più lucido allievo italiano, Augusto Del Noce: la rivoluzione infatti finiva per suicidarsi nel nichilismo, il Pci diventava «partito radicale di massa». Nessun umanesimo integrale in vista, anzi un umanesimo disintegrato, un relativismo intrinsecamente anticristiano. Il filosofo francese tornò un po’ antimoderno in vecchiaia, quando nei panni letterari del «contadino della Garonna», criticò gli eccessi liberali del Concilio Vaticano II, al cui confronto tutta la polemica modernista dell’800 gli sembrava un «modesto raffreddore da fieno». Se tale era la situazione all’interno della Chiesa, non c’era da star tranquilli per quello che stava succedendo fuori. Trionfava infatti l’influenza di quelli che chiamò i tre «falsi riformatori»: Lutero, Cartesio e Rousseau, veri padri delle disgrazie del pensiero occidentale, dalla separazione fra anima e corpo alla statolatria.