L'austero Kiefer fra torri e filosofia

Accanto ai "Sette palazzi celesti" ora ci sono cinque grandi tele. E una ironica riflessione sui pensatori tedeschi, da Kant a Marx

«Le torri ho cominciato a farle che ero bambino, a quattro anni. Non avevo giochi, ma abitavo vicino a una casa diroccata, da cui recuperavo i mattoni: li mettevo in pila uno sull'altro e costruivo case alte anche due piani. Erano il mio guscio, il rifugio quando pioveva. Non avevo il cemento, ma sapevo che era necessario per costruire. Ora invece il cemento ce l'ho. Lettura psicologica fin troppo ovvia delle mie opere, vero?». È un Anselm Kiefer quasi sornione quello che si aggira, 70 anni ben portati con occhialetti tondi e berretto in testa, davanti ai suoi Sette palazzi celesti all'Hangar Bicocca, il centro per l'arte contemporanea voluto da Pirelli, a Milano.

L'occasione è importante: da ieri le torri che da undici anni dominano le navate dell'hangar non sono più sole. L'installazione si è arricchita di cinque tele di grandi dimensioni, composte da Kiefer tra il 2009 e il 2013. «Le torri mi sembravano finite in un porta-gioie: volevo vederle muoversi nello spazio, confrontarsi con altro - ha detto in una chiacchierata con Germano Celant - Le tele spingono ad avvicinarsi alle torri: vi consiglio di entrarci, è bello osservarle da lì. Non crollano mica». Poi racconta di altri progetti: nell'enorme studio-laboratorio a cielo aperto Barjac, a sud della Francia (335mila metri quadri) «ho creato una cripta di cemento sotto terra. Il sindaco del paese è un convinto marxista, ma mi lascia fare di tutto». Demolizioni comprese: «Insieme al mio staff studiamo come far cadere le torri che abbiamo costruito. Uno dei 55 palazzi eretti lo abbiamo già buttato giù. Il momento più bello? Quel preciso istante in cui la torre ha un attimo di esitazione e poi crolla a terra». Alle sue spalle, I sette palazzi sono circondati, quasi come una scenografia teatrale, da queste grandi tele di pittura materica e densa. Stupisce per contrasto la tela che chiude il percorso: Die deutsche Heilslinie (2012-2013), la «linea della salvezza germanica», mostra un uomo (di spalle, alla Friedrich, in stile eroe-romantico) davanti a un arcobaleno coi nomi di pensatori tedeschi, da Kant a Marx. Kiefer, tacciato in passato di neo-nazismo e da sempre provocatore politicamente scorretto, trova la pace in tarda età? C'è la speranza - domanda fiducioso Celant - che arte e filosofia miglioreranno il mondo? «Non ho alcuna speranza - lo gela Kiefer - per questo faccio grande uso dell'umorismo». Nella sua laicissima e ironica pala d'altare al pensiero tedesco «manca il premio finale: da noi il Paradiso non è mai arrivato». Il Kiefer-bambino che costruisce torri e le butta giù passeggia svelto nell'Hangar Bicocca.