ANTONELL0 Il fiammingo nato in Sicilia

Esposte a Roma quasi tutte le opere del grande messinese, profondo rinnovatore della cultura pittorica del ’400

Dopo la grande mostra di Antonello a Messina, sua città natale, che nel 1981 lo celebrò ospitando il maggior numero di opere del grande siciliano (1430-1479 circa) e dopo tutte le altre manifestazioni messinesi ispirate alla cultura figurativa del Quattrocento, che diedero impulso agli studi più importanti sul rinnovamento che Antonello apportò nella pittura rinascimentale, questa mostra di Roma alle Scuderie del Quirinale, per i più vari motivi, dall’impegno del curatore Mauro Lucco e del coordinatore Giovanni Villa, ai contributi dell’autorevole comitato scientifico, costituisce oggi la più importante rassegna dell’opera antonelliana. E non solo per il gran numero di opere esposte - seppur già note -, ma per la loro stessa qualità che, parrà persino strano, viene presentata in nuova luce dopo la ripulitura dalle vecchie ridipinture e l’eliminazione dei danni del tempo e dell’incuria. I quadri esposti, quasi la totalità delle 45 opere conosciute di Antonello fra le 60 qui riunite, ci appaiono dunque in un’aura di grande novità.
Questa mostra ospita inoltre opere che solo in pochi ricordano ma che rispetto alle altre rassegne si possono considerare addirittura inedite (o mai viste) nel loro nuovo aspetto. E fra queste, oltre ai superlativi San Girolamo nello studio di Londra e al San Sebastiano di Dresda - alfa e omega della mostra -, anche la Crocifissione di Anversa del 1475, che era stata spesso surrogata da quella di Sibiu o dalla ben più nota della National Gallery di Londra. E che il Berenson dopo il suo viaggio in Sicilia individuò come un’opera il cui paesaggio dello Stretto di Messina - sull’azzurro di quel mare e di quel cielo - Antonello poté dipingere solo dopo averne misurato («con i suoi passi») le distanze e la profondità. Vi sono poi la magnifica Annunziata della Galleria Regionale di Palermo, che fu esposta a Messina prima dell’ultimo restauro, il Polittico di San Gregorio, proveniente dal Museo Regionale della città zanclea (firmato e datato 1473) e i tre dipinti Sant’Agostino, San Girolamo e San Gregorio, già del Museo Salnitriano di Palermo, dei quali era ignota la provenienza originale e ora esposti alla Galleria Regionale di Palazzo Abatellis. Finalmente riescono ad integrare il polittico che si viene a ricomporre dopo i recenti acquisti da parte dello Stato italiano delle pale splendidamente restaurate dall’Istituto Centrale del Restauro: la Madonna con Bambino e due angeli reggicorona, il San Giovanni Evangelista degli Uffizi e il San Benedetto del Castello Sforzesco di Milano.
Vi sono anche molti ritratti dalle possenti fisionomie, fra i quali quelli famosi di Roma, Madrid, Berlino, Londra e, soprattutto, il cosiddetto “Condottiero”, conservato al Louvre, con il labbro segnato da una piccola cicatrice, un dipinto così autoritario da essere parlante, tanto che Antonello vi appose quel famoso «me pinxit» che Roberto Longhi adottò come titolo di un suo celebre saggio. Ma se oggi eccelle il Ritratto d’uomo con il sopracciglio alzato dell’antica collezione Trivulzio (1476, Torino, Museo Civico d’Arte Antica), come non citare il celebre Ritratto d’uomo di Cefalù, che rivela nel suo sguardo antiche furberie isolane: meraviglioso ritratto da cui emerge la sottile ironia con cui Antonello raffigura i suoi personaggi, e che in tempi antichi pare abbia suscitato tale antipatia da essere sfregiato. Né si possono trascurare, per l’ineguagliato pathos ottenuto con «il sistema delle velature in piena pratica» (Cavalcaselle), gli Ecce Homo, di straordinaria modernità compositiva.
Oltre alle molte opere di Antonello, sapientemente impaginate, vi sono quadri propedeutici o precedenti ai dipinti antonelliani che ne chiariscono sia l’origine sia gli sviluppi: i dipinti di Petrus Christus, di Jan van Eyck o quelli di Giovanni Bellini che dopo l’esposizione della celebre Pala di San Cassiano di Venezia (purtroppo non in mostra) ne sentì l’influenza luministica. Ma soprattutto si sente spirare l’aura della grande pittura fiamminga respirata da Antonello a Napoli durante il regno di Alfonso d’Aragona che costituì alla sua corte una scuola fiammingo-catalana. A Napoli dove, non è da escludere, s’instaurò una reciproca influenza fra Antonello e Jean Fouquet, i quali forse insieme si recarono a Roma per il Giubileo del 1450. Fra gli epigoni, il figlio Jacobello e il nipote Antonello de Saliba con una produzione che risente fortemente della personalità del grande maestro e che, fatalmente, si dimostra non all’altezza dell’ispiratore.
LA MOSTRA
Antonello da Messina
Roma, Scuderie del Quirinale.
Da oggi al 25 giugno.