Antonio di Lérins

Nacque verso la metà del V secolo in Pannonia (attuale Ungheria), nella città romana di Valeria. Era il tempo delle invasioni barbariche e la sua, che era una famiglia patrizia, cercò scampo in Italia. Antonio rimase presto orfano di padre e fu affidato alla tutela del celebre filosofo s. Severino Boezio. Quando questi venne giustiziato dal regime ostrogoto, Antonio passò sotto la protezione di suo zio Costanzo, che era vescovo di Lorch in Baviera. Cresciuto, volle farsi monaco e con un gruppo di confratelli si portò sul lago di Como. Passò il tempo e Antonio sentì la chiamata a una vita di solitudine. Se ne andò, dunque, a fare l’eremita sull’altra sponda del lago. Trovato un luogo adatto, si fece un piccolo orto da cui cavare di che vivere e si divise tra lo studio, il lavoro e la preghiera. Un giorno «venne alla spiaggia un assassino» (per dirla con De Andrè) che, essendo braccato dalle guardie, cercò di rifugiarsi presso l’eremita fingendosi suo devoto discepolo. Ma il santo, che leggeva le coscienze, non si fece ingannare. Allora, vistosi scoperto, l’uomo scappò. Purtroppo per Antonio, però, la notizia del fatto si diffuse e da quel momento finì la pace: tutti volevano conoscere il «santo del lago» e ogni giorno c’erano visitatori, postulanti, semplici curiosi. Temendo di perdere il raccoglimento e, soprattutto, l’umiltà, Antonio decise allora di mettere quanta più strada possibile tra sé e la gente. Valicò addirittura le Alpi, addentrandosi nella Gallia. Qui raggiunse il celebre monastero di Lérins e vi trascorse gli anni che gli restavano. Morì verso il 520.