Antonio Secci, il figliol prodigo tornato all’arte

«Orto uomo morto». L’aforisma arriva come una frustata alla domanda su che cosa si prova ad alzarsi tutti i giorni prima dell’alba e, con la sola forza di due braccia ossute, tentare di ricavare qualcosa dall’arsa campagna sarda. Se poi il contadino in questione è un figlio di Saturno, vale a dire un artista, che ha dedicato gli anni verdi alle sottili illusioni delle forme e del colore, la frase stride e risuona come il rintocco di una penitenza.
Ma alla fine qualche cosa non torna perché il volto scavato un po’ pasoliniano di Antonio Secci, compagno di avventura di Lucio Fontana, Roberto Crippa e Piero Manzoni e tutti gli altri rivoluzionari dell’arte concettuale degli anni ’60, sembra fondersi con una natura che su quest’isola non lascia scampo. Coltivare pomodori e zucchine, in fondo, non è atto meno sacro che piantare querce come faceva a Kassel il tedesco Joseph Beuys, uno dei padri dell’arte concettuale del dopoguerra. Ma non deve aver pensato troppo ai simboli, Secci, quando nel ’77 decise di fare in fretta e furia la valigia e lasciare per sempre Milano, la città dove si era trasferito undici anni prima e che gli aveva regalato l’avanguardia e il successo. La morte improvvisa dell’amico e maestro Crippa, precipitato a Bresso con il suo aereo privato, le delusioni verso un sistema dell’arte che aveva tradito le energie militanti nate attorno all’Accademia di Brera, ma soprattutto un grave problema familiare resero irrevocabile la decisione più sofferta.
«Guardai mia moglie Angela e dissi: ce ne andiamo?». E così fu. I sardi, direbbe Marcello Fois, sono «gente di carattere» e non amano le mezze misure. Antonio Secci si impose di dimenticare il periodo più inebriante della sua vita, quello della folgorazione spazialista negli studi di Crippa, Fontana e Dova, della bohème al bar Giamaica, dei pranzi a Brera pagati con i quadri, delle lunghe serate alla galleria di Renzo Cortina ad ascoltare i versi di Montale e Ungaretti. E poi ancora delle mostre nelle gallerie di tendenza che tracciarono il solco alle avanguardie dell’astrazione, come la galleria «Blu» e la galleria del Naviglio, i suoi successi culminati con la personale del 1976 al Musée Municipal de Saint Paul de Vence.
La ricerca artistica del giovane sardo, in quegli anni, aveva totalmente virato da composizioni materiche che egli definiva «gotico-barocche» alla serie spazialista degli «Squarci» che qualcuno accostò a Fontana. Paragone riduttivo perché se i tagli del maestro argentino spalancavano finestre su una dimensione «altra» e sconosciuta, gli squarci di Secci generavano la contrapposizione geometrica di nuovi spazi e nuove forme. Al suo apice, però, Antonio Secci mollò tutto e tutti, «fuggendo» da Milano così come ci era arrivato nell’autunno del ’66, dietro la spinta dei già affermati Gianni Dova e Guy Harloff. Lo squarcio, stavolta, fu più radicale di allora e il pittore di Dorgali tornò al paese indossando i panni del Cincinnato e, agli occhi dei sempre scettici compaesani, «dell’artista fallito».
Le giornate massacranti in campagna, trascorse in solitudine a provare a dissodare il terreno acquistato con i proventi dei tempi migliori lo stordirono, aiutandolo a non pensare. «Ma anche a rispettare le regole della Natura a cui, volenti o nolenti, siamo indissolubilmente legati, sia come artisti che come uomini». Un esilio in patria durato diciassette anni durante i quali si impose di vivere con i frutti della terra, rifiutando qualsiasi contatto con un mondo dell’arte che ormai gli appariva cinico e artificiale, facendo perdere le proprie tracce anche a chi gli sempre era stato accanto. Come il collezionista mercante Ferruccio Persiani che ne sostenne il lavoro dalla fine degli anni ’70 in poi. «Mi vergognavo di farmi vivo perché sentivo, con il mio gesto, di aver tradito le persone che avevano creduto e investito in me».
Ma a questo mondo non esistono fughe senza fine come quella descritta da Joseph Roth, e il destino può venire a bussare a qualunque ora, anche l’ultima. Il destino, una mattina, si presentò nelle sembianze di Cristiana Collu, giovane curatrice che si apprestava a dirigere il nascente Man, Museo d’Arte della provincia di Nuoro. La Sardegna contemporanea aveva bisogno di questo piccolo grande uomo che viveva in campagna coltivando pomodori. L’anno dopo, si inaugurò la grande personale di Antonio Secci che battezzò un museo destinato a un grande successo. «Non avevo opere per la mostra e per recuperarle ho dovuto richiamare, dopo quasi vent’anni, gli amici e i collezionisti di allora. È stato come nascere una seconda volta». Il resto è storia recente.