Antonio

Di solito quando si pensa a un santo di nome Antonio la mente corre a quello di Padova, il francescano del XIII secolo contemporaneo di s. Francesco. Ma Antonio di Padova si chiamava in realtà Fernando (de Bulhões di cognome), e non era neanche di Padova bensì portoghese, di Lisbona. Aveva assunto il nome di Antonio quando si era fatto francescano; procedura inusuale, perché i francescani non cambiano nome in religione. Il fatto è che Fernando era un canonico agostiniano e aveva voluto siglare in quel modo il suo radicale cambiamento di vita. Aveva scelto il nome di Antonio in onore dell’abate del deserto egiziano, grandissimo asceta e maestro di anacoreti, tra i fondatori del monachesimo orientale e santo demonomaco (cioè, combattente con il diavolo: le sue celebri “tentazioni” hanno ispirato parecchi pittori). La sua icona si riconosce dal bastone a forma di Tau e il maialino ai piedi. Questo animale (il porcello col fiocco o col campanello) ricorda quando, nel Medioevo a Parigi, i monaci che gestivano l’ospizio dei poveri intitolato al santo erano esentati dalla tassa sui maiali, a patto che questi ultimi fossero riconoscibili tramite, appunto, un campanello legato al collo. Da qui la tradizionale protezione del santo anche sugli animali. Le reliquie di s. Antonio Abate o il Grande stanno nella città francese di Arles. Ne escono per la prima volta quest’anno, il milleseicentocinquantunesimo dalla morte del santo (avvenuta, pare, nel 355). E vanno nell’isola di Ischia, dove la chiesa parrocchiale del comune omonimo è a “sant’Antuono” (così in dialetto napoletano) intitolata.