Antrodoco, lo scrigno verde tra le montagne della Sabina

Renato Mastronardi

Il canyon, orrido e selvaggio, disegnato dal fiume Velino lungo la valle ristretta che si sviluppa con straordinaria suggestione naturalistica e panoramica ai piedi dei monti Serrone e Giano è un corridoio di oltre 1.500 metri. Siamo di fronte alle famose Gole d’Antrodoco. Un paese che dista da Rieti solo 23 chilometri in direzione Cittaducale. Un paese il cui nome, il geografo greco Strabone faceva derivare da «interocrea Vicus», ossia il villaggio posto tra i monti. Il riferimento vale anche a indicare che Antrodoco è una delle città più antiche della Sabina. Ma è pur vero che i primi passi rilevanti e determinanti della sua storia cominciarono a definirsi durante la vita, molto travagliata, che la cittadina subì e soffrì durante le turbolente vicende che si verificarono nel corso del XII e del XIII secolo, strettamente collegate all’avventurosa e spregiudicata esperienza che in loco ebbe la dominazione dell’allora potente Ducato di Spoleto. Infatti, caduto il gastaldato spoletino, che comunque aveva garantito un certo equilibrio politico-militare, per Antrodoco iniziò un lungo e difficile interregno. Attribuito all’Abbazia di Farfa, il centro sabino conobbe, nel 1231, l’assedio delle milizie di Federico II, che venne eroicamente respinto. Ma non riuscì a resistere agli aquilani che, nel 1362, misero il paese a ferro e fuoco. Non andò meglio qualche secolo dopo. Un’analoga sventura piombò su Antrodoco nel 1455 con la devastazione da parte della vicina Cittaducale ed altri assalti devastanti soffrì nel 1485 e nel 1494. Intanto divenne comune del Regno di Napoli e, in contemporanea, visse le ostilità angioino-aragonesi. Infine, quando le acque si calmarono, divenne feudo di varie famiglie, che lo amministrarono senza fare gravi danni: i Savelli, i Colonna, il cardinal Bandini e, infine, la nobile casata dei Giugni.
Da vedere. Una delle costruzioni più belle del piccolo patrimonio monumentale della città è la Chiesa di Santa Maria «extra moenia» con il Battistero di San Giovanni, un complesso religioso architettonico che sorge all’ingresso del paese, in direzione Rieti, ed immerso nel verde. Secondo un’antica tradizione il Tempio risale forse al V secolo e fu costruito sulle fondamenta di un Santuario dedicato a Diana. La torre campanaria, realizzata con pietre di vari colori, risale al XII-XIII secolo mentre, il suggestivo interno della chiesa, a tre navate, si presenta istoriato d’affreschi dei secoli XIII, XIV e XV. Conserva tra le altre preziose icone, una Pietà quattrocentesca in terracotta policroma. Il Battistero, a pianta esagonale, risale, ma con qualche dubbio, all’età paleocristiana. Sulla piazza principale d’Antrodoco, ornata da una graziosa fontana, si affaccia il Duomo di Santa Maria Assunta, abbellito da un portale romanico. All’interno si distingue per bellezza ed originalità, fra le varie opere d’arte, un monumentale altare ligneo decorato da due angeli a grandezza naturale.
Da mangiare e da bere. A tavola prevalgono le antiche tradizioni della più genuina cucina contadina. Qui, gli «stracci d’Antrodoco», malgrado il nome, assurgono al ruolo di squisita pietanza che entra di forza nel folclore del luogo con la pittoresca rappresentazione dei dodici mesi dell’anno. Ma, ad Antrodoco, è festa grande anche per il fantastico pecorino degno di essere bagnato con l’eccellente Trebbiano d’Abruzzo.