Antropologia del turista da carneficina

Hanno isolato l’uomo, l’hanno trasformato così bene in un’entità totalmente quantificabile, che alla fine si sono stancati di lui. Sembra che l’uomo non sappia più offrire sorprese.
Gli uffici stampa fanno il loro dovere e in occasione delle recenti stragi non mancano di segnalare i loro pezzi pregiati. Una e-mail di Bollati Boringhieri ci segnala che c’è in giro - già da un anno e passa - un libro dedicato alle vacanze nell’epoca delle stragi di villeggianti: Non sparate sul turista di Duccio Canestrini. L’occasione è buona per leggerlo, visto che c’è appena stata una strage. Anche qui, tutto previsto. L’industria del capire, la catena di montaggio della Seria Riflessione. Anche l’orrore ha le sue ricadute economiche (vedi Huntington), bisogna dar da mangiare ai figli e anche a se stessi. Nessun Hitler, oggi, edificherebbe la sua Auschwitz senza includervi un multisala, un teatro, una tv con tanto di reality show (il lager stesso). Forse i nostri pronipoti studieranno, su manuali più imparziali, il nome dell’intellettuale più influente tra XX e XXI secolo: Joseph Goebbels, colui che indicò le linee portanti della società futura. E la fine del tunnel appare lontana.
Duccio Canestrini è un antropologo dotato di un’arma senza la quale è ben difficile fare antropologia: la penna. Un antropologo deve per forza essere uno scrittore, perché una lingua di fuoco deve penetrare la materia sempre inerte dei dati e quella ancor più inerte delle teorie da applicare. Il genio, come la virtù, sta in mezzo, e in mezzo c’è la lingua.
Il libro di Canestrini è dunque prima di tutto un piacere per chi legge, e questo è già antropologia. L’orrore di Sharm el Sheikh ci dice che viaggiare al tempo del conflitto delle civiltà è pericoloso. In realtà, il turismo è sempre stato pericoloso, viaggio è sinonimo di pericolo. Sarà forse un’osservazione cinica, ma appare quasi ovvio che, a una sorta di industrializzazione (e spersonalizzazione) del turismo corrisponda un’industrializzazione del crimine contro i turisti. Non più polli da spennare, ma interi governi da condannare. Osserva l’autore che, fin dalle origini, l’«altro» era considerato qualcosa meno che un uomo. Uomo nel senso pieno della parola era soltanto il cristiano occidentale. Questo vale per tutte le civiltà, non soltanto per la nostra. Probabilmente il senso dell’«altro» come pericolo appartiene alla struttura stessa del pensiero umano (lo dice anche Hegel). Anche i liguri di Santa Margherita detestano i milanesi che invadono, arricchendola, la loro città... Insomma, l’«altro» è in noi, è una paura intima.
Questa tendenza però è sempre stata mitigata, in Occidente, da un’altra, di segno contrario, che per lunghi secoli si è rivelata prevalente: la tendenza alla conoscenza. Non tutti quelli che viaggiano lo fanno per conoscere. La conoscenza è stata per molto tempo uno scopo primario (squisitamente occidentale e cristiano), e anche quando non lo era si è rivelata uno strumento decisivo. Pensiamo solo ai progressi delle conoscenze etno e geografiche sotto l’impulso di interessi economici o, ancor più, strategico-militari. E, qui, rimando al meraviglioso libro Il grande gioco di Peter Hopkirk dedicato al conflitto strategico tra Russia e Inghilterra, durante il XIX secolo, per il predominio in Asia Centrale.
Le carneficine, però, di cui sono state vittime i poveri turisti di Sharm el Sheikh ci indicano altro - e Canestrini lo dice bene. Diciamo «poveri turisti» a prescindere dal censo perché qui «poveri» vuol dire «ignari». Ignari non soltanto dei problemi interni dei Paesi nei quali sorgono i villaggi turistici e gli hotel che li ospitano, ma ignari anche delle ragioni per cui, oggi, una vacanza a Sharm el Sheikh è più conveniente di una vacanza a Positano, viaggio incluso. La conoscenza, in altre parole, è stata esclusa dai giochi. E con essa la forza personale, individuale, dell’esperienza del viaggio. Qui sta la gravità del tempo presente. Turista ordinario o turista estremo, il viaggiatore per diporto non appare più - né per chi sta di qua né per chi sta di là - come un individuo. È diventato una merce, e come tale viene trattato da tutti, dai tour operator come dai terroristi. Lo sprovveduto che viene scippato a Napoli o a Caracas, e che rischia talvolta anche la vita, viene comunque trattato da persona, sia pure una persona-pollo, una persona da spennare. Ma uccidere venti, duecento uomini per un terrorista è come boicottare una macchina. Qui sta il problema. Persona e conoscenza sono sinonimi. È fin troppo evidente che - nel nostro mondo, non presso quelli là - la persona umana non ha quasi più nessuna dignità, a dispetto di tutte le carte dei diritti, e che nessuno ha il diritto di conoscere, studiare, dialogare se non per delega. Lo ha detto anche il ministro Maroni a proposito del dialogo con l’islam moderato: spetta al premier, non al ministro Pisanu.
Il libro di Canestrini, senza fare troppe prediche, ci racconta tutte queste cose, un po’ dentro le righe e un po’ tra le righe. Eppure io so che dal tunnel si esce uno per uno: non per un atto di programmazione, ma per un atto di insurrezione.