Archetipo Rivarol e il coraggio di non cambiare

L’entità e la durata della frattura che la Rivoluzione del 1789 produsse in Francia, dividendo per sempre i conservatori antirivoluzionari da chi accettò l’inevitabile portato di progresso a essa legata è ben spiegato da Alain de Benoist in questa pagina. Tra coloro che furono inevitabilmente «contro», il personaggio che si è ritagliato uno spazio «mitico», quasi di martire della conservazione dura e pura è Antoine de Rivarol (1753-1801). Una consacrazione iniziata già all’epoca, quando il tory Edmund Burke lo definì il «Tacito della Rivoluzione», e proseguita sino al XX secolo, quando Ernst Jünger raccolse i suoi aforismi più pungenti in Rivarol. Massime di un conservatore (Guanda, pagg. 131, euro 13). Rivarol fu uno dei personaggi più accattivanti del suo tempo: eleganza da dandy, battuta velenosa e presenza di spirito. Contro l’inarrestabile marcia della Rivoluzione utilizzò come sola arma la parola. A partire dal 1790 sulle pagine del Journal Politique national e nei suoi «dizionari» e «almanacchi» ridicolizzò Robespierre, Marat e Danton. Un successo satirico che pagò con l’esilio. E nel suo peregrinare, ben prima che i seguiti napoleonici del giacobinismo che tanto odiava avessero termine, morì stroncato da una banale infreddatura. Con lui moriva un modo di intendere il mondo. Un modo che più che essere una scelta politica era un’attitudine personale a rifiutare la sovversione, lo strappo improvviso, il turbinio della massa. Quanto poi alla sfera delle idee, invece, la sua apertura alle suggestioni illuministe era innegabile. Perché il vero conservatore, a partire da questo archetipo (italiano d’origine, francese per cultura e tedesco per morte) è difficile da etichettare. Chi ha un piede nel passato e uno nel futuro ha sempre difficoltà col presente.