ARCIMBOLDO Il Leonardo degli Asburgo

nostro inviato a Parigi
L’uomo di carta. Quando Giuseppe Arcimboldo dipinse nel 1587 il proprio ritratto, al tramonto della sua vita e al culmine della sua fama, è così che volle raffigurarsi, i capelli e la barba, il naso, le labbra e gli occhi a comporre una maschera puramente cartacea, tanti fogli ben tracciati e sistemati. Un umanista, insomma, e non un artista, «l’egiziano erudito» come era stato ribattezzato nella sua cerchia di amicizie, l’uomo che aveva inventato e/o immaginato un linguaggio cifrato, delle macchine per camminare sull’acqua, il «liuto prospettico», il «clavicembalo a colori» e altre mille diavolerie che non gli sopravvissero.
Scomparve tutto con lui, compresa la sua fama: quello che era stato per un quarto di secolo il pittore di corte di Vienna e di Praga, elevato per questo al rango di conte palatino, il maestro di giochi e di cerimonie e insomma il Leonardo degli Absburgo, si inabissò con il secolo che l’aveva visto nascere. Perché riemerga bisognerà aspettare il Novecento della scienza ma anche del dubbio, del fantastico applicato all’inconscio, della crisi dei valori e del clangore delle ideologie. Un precursore della modernità troppo in anticipo sul proprio tempo, insomma. Eppure...
«Arcimboldo 1526-1593», la grande mostra parigina del Musée du Luxembourg (fino al 13 gennaio), a cura di Sylvia Ferino, si snoda proprio intorno a questo «eppure» perplesso, laddove vent’anni fa quella di Venezia che ne aveva ribadito, sancendola definitivamente, la grandezza, lo aveva fatto nel segno sicuro di un Arcimboldo nostro contemporaneo. Ma è davvero così?
Costruita lungo un percorso storico-filologico, l’esposizione riconduce Arcimboldo all’interno del proprio tempo, un tardo Cinquecento rinascimentale che si avvia a diventare maniera, bizzarria, eccentricità. È un mondo, un’epoca, una corte in cui i maghi si mischiano ai cabalisti, agli astrologhi, agli alchimisti, agli studiosi di scienza naturale, ai fisici e ai matematici, le scienze alla moda sono la chiromanzia, la fisiognomica, la geomanzia e insomma il carattere degli individui si nasconde nelle linee di una mano, nelle rughe di un volto, nei tratti di un paesaggio...
Per dipingere una testa composta come La Primavera, Arcimboldo mette su tela 80 varietà botaniche; per quella che fa riferimento all’Acqua sono 62 i pesci, i crostacei, le conchiglie marine riprodotte con virtuosismo incredibile. Per quanto esse possano affondare in una tradizione popolare, è l’elemento spirituale, intellettuale, letterario e politico che fa la loro originalità e la loro grandezza, e che però in qualche modo le segna e le condanna nel momento in cui il complesso e raffinato simbolismo che ne è alla base, le allegorie imperiali e principesche che la sostengono si riveleranno estranee ovvero incomprensibili al nuovo secolo che viene alla ribalta.
Milanese, figlio d’arte, ma semplice omonimo di quella aristocratica famiglia che alla città aveva dato tre arcivescovi e la cui pietra tombale è ancora visibile all’interno del Duomo, Giuseppe Arcimboldo si creò un passato che fosse all’altezza di quel nobile presente che a prezzo di fatiche e di sacrifici aveva alla fine raggiunto, una sorta di principe fra i pittori e dei pittori.
Proprio la consapevolezza di una diversità lo spinse del resto a una frequentazione intellettuale, quella dei Lomazzo, dei Comenini, dei Morigia, alla quale affidare il racconto e il ricordo di un magistero stilistico, come se avvertisse il pericolo di un oblio e di una dimenticanza, come se solo la parola scritta potesse in qualche modo riscattare e difendere l’immagine dipinta.
In una sala del museo fanno bella mostra di sé quelle «nature morte antropomorfe», secondo la celebre definizione di André Pieyre de Mandiargues, che come in un gioco di specchi rovesciati contengono due differenti soggetti a seconda se le si guardino dall’alto o dal basso. Il cuoco è anche un piatto d’arrosti, L’uomo-vegetale è anche un cesto d’ortaggi... È un linguaggio metaforico usato quando ancora la metafora rimanda ad altro, non si è cristallizzata in maniera, non vive di vita propria. Dadaisti e surrealisti, secoli dopo, vi si specchieranno come ci si specchia nell’opera di un precursore o di un profeta...
Ma se ne colgono la sconvolgente meraviglia, ciò che è andato perduto è lo struggente sentimento del tempo che la rendeva possibile e comprensibile, non gioco, ma rivelazione, non puro artificio ma corrispondenza fra segni e concetti. L’universo di un umanista, appunto, e non il palcoscenico di un prestigiatore.