ARCOBALENO Un mistero nel cielo

Le ipotesi sulla sua origine sono state per secoli il banco di prova per teologi, filosofi e scienziati

«C’è forse niente di più evanescente in tutto il regno della natura? \ E tuttavia questo ricco niente è il miracolo delle cose più belle dell’universo che, paragonate ad esso, sono quasi niente. Tutto l’Arco non è che una collana della natura in cui sono infilate tutte le sue gemme, tante goccioline, tanti gioielli di rarissima bellezza, \ con i quali si adorna quando le sembra il momento, è la collana del suo ordine, la sciarpa della sua livrea, il suo filo di perle, il più bello di tutti i suoi monili, con i quali si adorna per piacere al Cielo suo sposo». È una citazione tratta da un testo secentesco (Binet) sulle Meraviglie della natura, tra le quali spicca naturalmente l’arcobaleno, spettacolo tanto sontuoso ed eclatante quanto rimasto inspiegato per moltissimo tempo.
Proprio la sua osservazione, e le varie ipotesi formulate per darsi ragione del fenomeno, hanno rappresentato una sorta di banco di prova per filosofi e scienziati, a volte vera e propria cartina di tornasole per comprendere le leggi fisiche che regolano il mondo. Bernard Maitte, direttore del «Centro di Storia della Scienza e di Epistemologia» dell’Università di Lille, ha dedicato all’arcobaleno, alla storia della sua interpretazione, molti anni della sua vita, ed ora ne dà conto nel volume Storia dell’arcobaleno. Luce e visione tra scienza e simboli, a cura di Maria L’Erario e Silvio Ferraresi (Donzelli, pagg. 280, euro 27).
L’arcobaleno, per il suo aspetto impalpabile e prodigioso, non può non essere stato considerato, nei tempi antichi, una teofania (in sua presenza si ha la sensazione - scrive Maitte - di «appartenere almeno per un attimo allo spazio del sacro»): così nella Grecia classica era Iride, la messaggera di Zeus (e in subordine della sua sposa Era), il tramite fra le divinità (dimoranti in varie sedi), o tra il mondo degli uomini e quello degli immortali. E sempre la sua forma ad arco, a ponte, ha fatto sì che lo si ritenesse un intermediario fra il cielo e la terra, e i rispettivi abitanti.
Secondo la narrazione biblica del diluvio, nel Genesi, la comparsa dell’arcobaleno significa un nuovo accordo tra Jahvè e il suo popolo: «Il segno dell’alleanza che io pongo tra me e voi e tra ogni essere vivente che è con voi e per le generazioni eterne». E nell’interessante glossario che Maitte fornisce, con le denominazioni dell’arcobaleno nelle varie culture, esso è «anello di Dio» in tzigano; «arco di Dio» in ceco; «arco dell’alleanza» e «della Trinità» in gallese; «arco di San Marco» in Friuli; «arco del Paradiso» in Russia; «bordone di San Michele», «cintura del buon Dio» in alcune regioni della Francia; «ponte di San Bernardo» in Provenza. Anche nella mitologia di luoghi remoti come la Nuova Zelanda ritroviamo la passerella verso il regno celeste, percorsa dai capi tribù dopo la morte.
Nelle epopee mitologiche più diverse i suoi nomi derivano dalla semplice osservazione, e dunque sono legati all’acqua, alla pioggia: «arco d’acqua» in Scozia, e «arco della pioggia» in inglese, tedesco, gaelico, bretone. Secondo alcune credenze (ne testimoniano, fra gli altri, Virgilio e Ovidio), esso succhia l’acqua della terra grazie alle due estremità che vi poggiano; per albanesi, bretoni, romeni, è un immenso serpente che beve dagli stagni (il Serpente Arcobaleno è in Australia il demiurgo: acciambellato al centro della terra, si destò dal suo sonno millenario per creare il mondo, il cielo e gli elementi).
Nelle saghe nordiche è figurazione ricorrente, il ponte su cui passeggiano gli dei (Bifröst); in Irlanda è ancora manifestazione magica, e simbolo dell’eterno anelito verso il luogo dei desideri realizzati: i folletti - il famoso Leprechaun, il folletto ciabattino di una sola scarpa - nascondono ai suoi piedi le loro pentole colme d’oro; ma va a trovare il punto esatto da cui nasce l’arcobaleno! Del resto la leggenda dell’oro - metallo altamente metaforico, simbolo di trascendenza - alla sua base ritorna in tante culture: in Svevia immaginavano che l’arcobaleno attingesse acqua dalla terra con scodelle d’oro e che dunque, ad esserci in quel preciso momento, si potessero rubare («piattini dell’arcobaleno» furono dette alcune monete coniate in Germania); altrove (Repubblica Ceca) che fosse un autentico crogiuolo alchemico, capace di trasformare in oro il vile metallo gettato sotto di esso.
Bernard Maitte dimostra nel suo libro non solo come simili leggende siano dotate di un fascino straordinario, ma anche la storia stessa della lunga marcia di avvicinamento alla corretta interpretazione del fenomeno: a partire da Aristotele e dalla sua Meteorologia, in cui fornisce una spiegazione dell’arcobaleno («sono tutti fenomeni di riflessione») che influenzerà ogni teoria successiva, fino al XVIII secolo; quindi Tolomeo, la cui Ottica sarà testo basilare; e ancora Alessandro di Afrodisia e la cosiddetta «banda di Alessandro» (lo spazio più scuro compreso tra due arcobaleni, da lui notato). Grande peso in questi studi hanno poi gli scienziati arabi (Ibn al-Haitham e al-Farisi soprattutto), con la scoperta di un nuovo oggetto fisico, la luce, e i vari esperimenti sugli «specchi ustori».
Nel medioevo latino l’indagine sui fenomeni naturali, e tra questi l’arcobaleno, entra nel dibattito relativo alla presenza di Dio nel mondo e al rapporto tra l’uomo e la divinità: conciliare fede e ragione diviene lo scopo primario per autori come Agostino, Giovanni Scoto Eriugena, Bernardo di Chartres e tanti altri. La luce è talvolta oggetto di una vera e propria metafisica (Suger), domenicani e francescani spiegano nelle università d’Europa il libro della natura come emanazione del suo autore. Nella spiegazione dell’arcobaleno si procede così per piccoli passi, con avanzamenti e subitanei ripudi se quanto si scopre contrasta con la visione cristiana dell’universo. Roberto Grossatesta a Oxford comincia a ipotizzare il fenomeno della rifrazione della luce, Alberto Magno pone l’accento sull’importanza di ogni singola goccia, Ruggero Bacone, sostenitore del metodo sperimentale, affina l’idea, studia i colori; Teodorico di Freiberg dedica all’arcobaleno ben tre trattati.
La strada pare ormai chiara e segnata: da qui agli scritti sull’ottica di Keplero, alla Diottrica di Cartesio, alla teoria corpuscolare della luce di Newton e la sua teoria dei sette colori (sette come le note musicali, numero simbolico, garante dell’ordine del mondo), attraverso il secolo dei lumi, fino alla moderna fisica il passo è (o sembra a noi) breve.