Ardengo Soffici: sesso amori e segreti

Una biografia sullo scrittore che odiava i romanzi ricostruisce il giallo di una presunta figlia concepita a Parigi e il rimorso per la paternità rifiutata. Dopo l'eroismo nella Grande Guerra aderì al fascismo: "A 80 anni ero ancora una quercia"

«Da una città all’altra,/ di filosofia in delirio,/ d’amore in passione,/ di regalità in miseria:/ non c’è chiesa, cinematografo,/ redazione o taverna/ che tu non conosca...». E poi la poesia continua così: «Ci sarebbe da fare un carnevale/ di tutti i dolori/ dimenticati, con l’ombrello, nei caffè d’Europa...». Sembra di leggere Pessoa - quel malinconico occhialuto fumatore di sigarette al mentolo che faceva «svolazzare nel suo cuore i fazzoletti di tutti gli addii» e che un giorno girò la curva di una strada a Lisbona e nessuno lo vide mai più («morire è non essere visti») - e invece, ecco, invece sono versi italiani fin nelle midolla, versi di un europeo di provincia, ma diciamo pure di un toscano universale; di un artista e scrittore proprio come lo sono da quelle parti, cioè con le mani, innanzitutto, mani concrete, artigiane e un po’ aristocratiche; sono, insomma, versi di Ardengo Soffici.

E potrebbero fare bene da epigrafe alla biografia che la studiosa Simonetta Bartolini gli ha dedicato: Ardengo Soffici. Il romanzo di una vita (da oggi in libreria per Le Lettere, pagg. 480, euro 35). Sottotitolo azzeccato: da qualunque parte la si prenda e la si legga, infatti, la vita di questo tra i maggiori artisti del nostro Novecento - «pittore tra i poeti, poeta tra i pittori» - pare proprio un romanzo, più di tante altre che si sono fregiate di questo titolo, e ciò sia detto lui non consenziente, poiché non aveva una gran considerazione di tale forma narrativa: «Non so se questo dipenda dal fatto - spiega a proposito nell’Autoritratto - che nessuno dei miei né la mia balia Antonietta hanno mai pasciuto la mia infanzia delle solite fiabe o novellette orripilanti, o piuttosto da una mia naturale avversione a tutto ciò che sa di avventura inverosimile, romanzesca, a tutto quanto non respira la schietta, ingenua poesia del reale, e non è improntato di eleganza formale e di stile». Non è mica understatement: i suoi giudizi viscerali sui romanzieri, in particolare quelli del roboante e sentimentale spirito russo, sono sempre molto tranchant. Tolstoj: «Non è né un poeta né un artista di razza superiore, ed è inferiore al nostro Manzoni. Arte transitoria». Dostoevskij: «Scriveva in una lingua povera e sciatta, non ha lasciato una pagina che possa dare ad alcuno la minima gioia estetica».

Sta di fatto, però, che pure lui scrisse ottimissima narrativa umoristica, comica (che vede in questa biografia un approfondimento meritevole) e soprattutto «automitografica»: e come non cogliere nell’ultimo aggettivo un inestinguibile sentore di futurismo? È stato questo uno tra i suoi modi maggiori di essere artista. Quando, dopo la Liberazione, la Military police americana andò a prelevarlo, più tardi lui la spiegò così: «Non credo che mi vennero a prendere perché sono stato fascista, né perché fui accademico d’Italia, ma perché futurista del 1915». Andiamo però con ordine.

Nacque nel 1879 a Bombone, piccolo borgo nei dintorni di Firenze, a poca distanza da Rignano sull’Arno: campagna «masaccesca - dice la Bartolini - dove le sassaie si alternano ai campi coltivati a vitigni della zona di Reggello e Protomagno». Oppure, nelle parole del diretto interessato: «luce e terra con pochi alberi fioriti». La famiglia andò presto in rovina e gli anni dopo il trasferimento a Firenze furono di stretta miseria, divenuta strettissima quando il padre rimase semiparalizzato e infine morì: «Rientrò nel nulla plebeo dal quale era uscito - racconta Ardengo - né ho mai saputo dove fosse la sua tomba, o se avesse avuto una tomba nell’immenso camposanto dove vanno a finire i morti poveri di Firenze». La risalita sociale fu lenta ma caparbia, come quella di chi si sa destinato a grandi cose: ci fu il lavoro presso lo studio dell’avvocato Remaggi, ben presto trasformato in cenacolo letterario, poi l’Accademia d’Arte e la Scuola Libera del Nudo, e infine il «salto vitale» al di là delle Alpi, nella Parigi di Picasso, di Remy de Gourmont, Jean Moréas e Max Jacob, a cercar maestri dopo aver esaurito quelli italiani, insieme ad altri pochi amici artisti che via via abbandonavano pressati dagli stenti e dalle difficoltà - a volte per la fame non ce la facevano nemmeno ad alzarsi dal letto - mentre lui camminava ostinato per la città e i musei, imparava la lingua e la lezione degli impressionisti, si legava ad Apollinaire e diventava se stesso: «La Francia è stata il terreno più adatto e più nutritivo del mio seme italiano. Adoro la Francia».
Ed è proprio il Soffici francese quello più vivo e studiato oggi: a causa di questa sua ricettività feconda che lo fa snodo epocale tra due culture incarnato in una singola geniale persona, e anche per una rivelazione biografica risalente a quel periodo, che nel libro della Bartolini prende un’inedita consistenza: a Parigi Ardengo - che ebbe un’esistenza costellata di rapporti sentimentali e sessuali - conobbe in una trattoria una tale Albertine, e forse per solitudine, comunque senza convincimento, iniziò prima una relazione poi una convivenza con lei. Fu un «errore terribile, madornale - scrisse in seguito - che dovevo scontare più tardi amarissimamente, e che ha pesato in modo incalcolabile sulla mia vita». Ancora l’anno scorso, la «presunta nipote di Albertine», tale Monique Reynaud, girava lo Stivale sulle tracce del «presunto celebre nonno». Ipotesi che trapela anche da alcune lettere di Soffici a Papini: «Anch’io molto tempo fa, tu lo sai, mi trovai per qualche ora fra le mani una creatura scesa appunto in questo misteriosissimo mondo per riunirmi carnalmente con l’infinito avvenire... La paternità è certamente una delle condizioni più sublimi dell’uomo e se io non ho potuto adempierne gli obblighi è stato per troppa sciagura».

Il rientro in Italia, nel 1911, chiude il capitolo più pirotecnico della vita di Soffici, consegnando l’artista, di volta in volta, al coraggio militare (fu decorato al valore durante la Grande guerra), a una «operante solitudine» (la fondazione della storica rivista Lacerba, il celebre immaginifico saggio su Rimbaud, l’Autoritratto in quattro volumi, tra le più belle memorie del secolo scorso, il ritorno a uno stile di pensiero quasi neoclassico), a una riguadagnata ricchezza (un suo articolo, nel 1928, apprendiamo da una lettera del sempre informatissimo Curzio Malaparte, era pagato la bella cifra di 450 lire), all’adesione al fascismo, a una ritrovata residenza toscana - ospite per la prima volta dell’editore Vallecchi a Forte dei Marmi nel 1919, vi comprò poi la villa «sul viale Italico 102, angolo a mare di via padre Ignazio da Carrara» a Vittoria Apuana - e infine alla gloria: un suo quadro, datato proprio da Forte, è collocato nei Musei vaticani nella sala attigua alla Cappella Sistina.

A 80 anni, come lo descrive un giornalista del Tirreno, «era ancora una quercia, solenne e marziale, con il cranio lucido e gli occhi imperiosi. I bagnini lo chiamavano La statua. La testa appare scolpita nel marmo, un senatore romano, il naso piantato tra le guance come una meridiana». Un tipo così coriaceo non poteva non morire nel momento della giornata che amava di più, quelle ore «che chiamava panichee ed era solito trascorrere nella campagna in piena esuberanza estiva», cioè alle 14 del 19 agosto 1964.