Argomenti a favore della ragionevolezza della fede cristiana

A proposito del convegno internazionale del Pen Club che si chiude domani a New York

Il Pen Club internazionale ha organizzato per questi giorni a New York un convegno sul tema «Fede e ragione». Nessun tema, credo, è più noioso di questo, soprattutto perché non capita quasi mai di vederlo trattato con un minimo di originalità. Si finisce per dire sempre le stesse cose.
Non solo. Su fede e ragione è facile pasticciare, anche con i convegnisti. E capisco l’irritazione di Magdi Allam che, invitato a partecipare all’incontro newyorkese, ha declinato ritenendo indegno che tra gli altri invitati figurasse l’estremista Tariq Ramadan. Ho molto apprezzato, però, l’intervento di Roberto Calasso, pubblicato sulla Repubblica del 27 aprile. Calasso invita innanzitutto a ripensare i due termini. Se la fede è «sustanza di cose sperate/ ed argomento delle non parventi», quella che vediamo all’opera, incarnata da fanatici, non ha nulla a che fare con la fede. «La vera religione ecumenica del nostro tempo - scrive - tende a essere la società stessa». O, meglio, quella società senza società che è la massa. Anche la parola «ragione» appare ugualmente in crisi, dice Calasso, che da qui parte per riproporre, sulla scorta delle religioni orientali, una nuova coppia: fiducia e esattezza. Ed è, questo, un buon modo di restituire freschezza a parole che in questi anni sono invecchiate.
Vorrei, qui di seguito, aggiungere una piccola osservazione. Tornando alla definizione dantesca citata da Calasso, varrebbe la pena di domandarsi cosa significhi quella paroletta, «argomento», sulla quale Calasso non si sofferma. «Argomento» è termine che rappresenta l’azione fondamentale della ragione: la deduzione. Esistono cose che si manifestano e che sono perciò evidenti, mentre di altre che non si manifestano noi conosciamo l’esistenza attraverso lo strumento deduttivo. Per Dante, dunque, la fede esercita una forza deduttiva: il suo oggetto è talmente evidente, talmente degno di fiducia da rendere l’uomo certo anche di quello che non vede. Questo è il suo argumentum. Per questo il cristianesimo parla di «ragionevolezza della fede» - espressione assai più ardua di quanto sembri. Lo stesso uso linguistico corrente suggerisce una vicinanza tra le due parole: «io penso che» e «io credo che» sono, ad esempio, due espressioni pressoché sinonime. Se la consuetudine intellettuale dell’Occidente le ha allontanate, ciò è dovuto in gran parte alla centralità assunta dal pregiudizio cartesiano e alla spaccatura che esso ha operato nell’autocoscienza dell’uomo occidentale.
Si fa una gran fatica a ripartire dall’uomo nella sua totalità. Questa fatica la si vede nei discorsi correnti, nelle opinioni che leggiamo sui giornali, nelle sentenze dei diversi soloni, nell’impostazione di un convegno. Il vero problema non è la fede, ma la ragione. La ragione è l’atto con il quale aderiamo con intelligenza amorosa alla realtà nella sua radicale alterità. Come gli scienziati ben sanno, le cose si rivelano all’intelligenza nel loro essere non-nostre. Se recupereremo questa apertura della ragione, la parola «fede» tornerà, ne sono certo, alla sua semplice comprendibilità.