Armi chimiche e granate Un arsenale nel sottosuolo

Nell'Europa centrale come in Germania, nel sottosuolo giace un vero e proprio arsenale di milioni di ordigni, cartucce e bombe lasciate in eredità dalle due guerre mondiali

Da Verdun (Francia). L'Europa occidentale non conosce guerre da settant'anni, è vero, ma le armi non hanno smesso di tacere anche nel cuore del Vecchio Continente. In Italia come in Francia, nell'Europa centrale come in Germania, nel sottosuolo giace un vero e proprio arsenale di milioni di ordigni, cartucce e bombe lasciate in eredità in gran parte delle due guerre mondiali.

Soprattutto durante la Prima Guerra mondiale, là dove correva la linea del fronte si sono accumulate tracce del conflitto che anche un secolo dopo continuano a mietere le proprie vittime. È il caso del campo di battaglia di Verdun, nella Francia nord-orientale: qui fra il 21 febbraio e il 19 dicembre del 1916 persero la vita oltre mezzo milione di uomini, fra tedeschi e anglo-francesi. Sui colli che ora sono ricoperti da una pacifica e silenziosa foresta furono sparati 60 milioni di colpi: una quantità inimmaginabile, di cui una parte è ancora inesplosa. Un'indagine di Le Monde ha stimato che nella sola Verdun, dove venne completamente distrutta un'area grande quanto Parigi, almeno il 15% dei colpi non è mai esploso ed è in parte ancora potenzialmente letale.

Sepolti sotto i campi coltivati a granturco, dispersi in mezzo ai boschi le granate, le bombe chimiche e i calibri piccoli e medi punteggiano ancora oggi i 700 chilometri di fronte che si estendeva dalla Manica alla Svizzera. Molto spesso le autorità militari francesi hanno rinunciato a bonificare il terreno a causa dei costi elevati. Vaste aree sono state così interdette al pubblico, come la place-à-gaz di Spincourt, dove nel 1928 vennero bruciate 200mila munizioni chimiche raccolte in diverse zone del fronte e delle retrovie.

Nel 2007 uno studio dell'università tedesca di Magonza rilevò nel sottosuolo di questo luogo tassi pericolosamente alti di arsenico, piombo e altri metalli pesanti destinati a contaminare il terreno per millenni. Nelle campagne della regione Grand-Est i contadini raccontano di terreni in cui è impossibile coltivare il grano a causa della presenza di agenti chimici nel sottosuolo e di cani da caccia avvelenati dai gas che ristagnano nei cunicoli sotterranei.

Gli unici a occuparsi ancora davvero di bonificare il terreno sono i recuperanti, spesso collezionisti di reperti storici che battono foreste e campagne palmo a palmo nella speranza di trovare i pezzi mancanti ai tanti musei privati che sorgono nelle zone dove un tempo infuriava la battaglia. Una figura, quella dei recuperanti, resa celebre anche in Italia dall'omonimo film di Ermanno Olmi, il regista bergamasco da poco scomparso che a cinquant'anni decise di trasferirsi ad Asiago, sulle montagne della Grande Guerra.

In Italia e sui campi di battaglia oggi in terra slovena, dove cento anni fa i nostri soldati combatterono e persero la vita, la situazione non è così compromessa come in Francia ma il ritrovamento di armi e ordigni di ogni sorta è comunque all'ordine del giorno. L'alta densità di popolazione di molte regioni del Triveneto ha costretto le autorità italiane a intraprendere una bonifica del terreno assai più capillare di quanto non sia stato fatto Oltralpe, ma nonostante questo il lavoro non è ancora concluso. Gli uomini del Genio militare, racconta l'esperto di artiglieria veneziano Bruno Marcuzzo, bonificano ancor oggi le linee del fronte della guerra del 1915-1918. Dal Grappa all'Ortigara, dal Piave al Carso fino a Caporetto. Per centinaia di chilometri i monti e le campagne continuano a restituire i morti di quel conflitto e migliaia di armi. Così succede in alta montagna, dove per tre lunghi inverni italiani e austro-ungarici si fronteggiarono fra crepacci e nevai perenni, dove alle insidie del nemico si aggiungevano quelle della natura.

Complice lo scioglimento dei ghiacciai, ogni estate sulle Dolomiti dalla neve emerge qualcosa, dalle umili pinze per tagliare il filo spinato ai famosi elmetti modello «Adrian» ai corpi di un Alpino o di un Kaiserjäger austro-ungarico conservati per decenni nel ghiaccio. Ma anche in zone meno impervie i ritrovamenti sono comunque frequenti: nel 2011 sotto l'ospedale di Asiago, in provincia di Vicenza, gli operai che stavano scavando le fondamenta trovarono più di 600 ordigni della guerra '15-'18.

Molto materiale venne recuperato fra le due guerre mondiali, quando l'autarchia imposta dal fascismo per combattere le sanzioni, perché il metallo era considerato un bene prezioso e veniva venduto a caro prezzo. «Subito dopo la Prima Guerra mondiale le munizioni venivano lasciate nel sottosuolo, non valeva la pena di rischiare la vita per recuperare qualche grammo di ferro - spiega lo storiografo vicentino Giovanni Dalle Fusine, autore di diverse pubblicazioni sui recuperanti - Poi con l'autarchia si scatenò una vera e propria caccia al metallo che contribuì a ripulire i boschi di montagna e le alture del Carso».

Gli ordigni esplosivi e i gas tossici e urticanti rimangono ancora sepolti sui campi di battaglia della Grande Guerra: un bottino prezioso per chi si mette in cerca di tesori da conservare nei musei, come quello di Caporetto o quello di Forte Tre Sassi al passo di Valparola, nella zona di Cortina. In Veneto vi sono circa 1800 persone con il «patentino» di recuperante, che consente di cercare piccoli oggetti da collezione, ma mai materiale esplosivo. Molti altri, però, sfidano la giustizia e danno la caccia alle armi esplosive e alle munizioni a gas.

Nonostante nel nostro Paese non si abbiano notizie di zone contaminate come in Francia, l'eredità della Grande Guerra è ancora lontana dal poter essere consegnata definitivamente al passato. La ricerca e la scoperta di reperti continueranno ancora per anni. Anche perché, come ricorda Marcuzzo, non è mai stata fatta una mappatura precisa ed esaustiva di tutto il materiale che venne usato durante quei quattro anni di conflitto.