Arnold J. Toynbee, il detective profeta del crollo delle Civiltà

Alla fine del 1947 Benedetto Croce liquidò l’opera più celebre di Arnold J. Toynbee con una battuta acida: «non è un libro di storia» e aggiunse che dalla sua lettura «par ci sia da apprendere poco». Il giudizio crociano pesò sulla scarsa fortuna italiana dello storico inglese. La sua opera maggiore, A Study of History, attende ancora di essere tradotta. Solo nel 1974 il compendio della stessa, redatto da D.C. Somervell, fu pubblicato in una collana economica ma non più ristampato. Più volte ristampata in Italia da Garzanti è, invece, l’ultima (e la meno felice) opera dello studioso inglese, Mankind and Mother Earth, tradotta con il fuorviante titolo Il racconto dell’Uomo. Adesso, però, si profila una rinnovata attenzione su questo grande storico. Lo dimostra il volume che un giovane studioso, Luca Castellin, gli ha dedicato. Il saggio, che ha per titolo Ascesa e declino delle civiltà. La teoria delle macro-trasformazioni politiche di A. J. Toynbee (pagg. 294, euro 25), è pubblicato per i tipi di Vita e Pensiero. Esso lascia intendere come certi aspetti della riflessione di Toynbee, soprattutto quelli relativi all’analisi comparata delle nascita e della morte delle civiltà, abbiano mantenuto una sorprendente attualità influenzando, per esempio, la celebre analisi di Samuel Huntington contenuta in quel saggio, Lo scontro delle civiltà (Garzanti), che fu al centro del dibattito geografico e geopolitico negli ultimi due decenni.
Toynbee cominciò a interessarsi di studio comparato delle civiltà per caso. Correva l’autunno del 1914 e la prima guerra mondiale era agli inizi. Allora giovane docente a Oxford, egli stava illustrando la Guerra del Peloponneso di Tucidide, quando fu colpito dalla somiglianza fra le esperienze della civiltà del suo tempo e quelle dell’antichità. La narrazione dello storico greco gli parve attuale: la crisi di una civiltà era stata già vissuta e raccontata. Che cosa sarebbe accaduto? All’Occidente sarebbe stato riservato lo stesso destino della civiltà ellenica? E, poi, perché muoiono le civiltà?
Nato nel 1899, Toynbee, imbevuto di cultura greca, era cresciuto in un clima di ottimismo tardo vittoriano che concepiva la storia come una sequela di avvenimenti che avevano portato alla supremazia dell’Occidente. Il conflitto mondiale assunse, per lui, il carattere di una guerra intestina che minava quell’edificio di certezze. Di qui la spinta a indagare il passato, a varcare quella «porta della morte» che aveva condotto tante civiltà, una volta fiorenti, alla scomparsa. Di qui, dunque, l’interesse per lo studio della nascita, dello sviluppo, del collasso o del disfacimento delle civiltà. Poco alla volta, mattone su mattone, egli venne edificando una costruzione storiografica gigantesca nella quale - per usare la colorita espressione di uno dei suoi critici più severi, lo storico francese Lucien Febvre - c’era «un’atmosfera di brivido dinanzi all’ampia maestà della storia».
Toynbee fu accusato di aver elaborato una visione deterministica e ciclica della storia. Nulla di più falso. Tutt’altro che deterministica e ciclica è la concezione per la quale ogni civiltà si configura come una risposta a una sfida, come una vittoria dell’uomo sulle condizioni avverse. Quando, nel 1920, ebbe tra le mani la celebre opera di Oswald Spengler Il tramonto dell’Occidente, Toynbee ne ammirò i «lampi di genio» ma ne rifiutò proprio la dimensione deterministica: «Con buona pace di Spengler, sembra che non ci siano ragioni perché un susseguirsi di stimolanti sfide non possa essere controbilanciato da un susseguirsi di repliche vittoriose». Si sarebbe potuto evitare, a suo parere, il tramonto dell’Occidente se questo avesse saputo prendere coscienza dei propri limiti. L’attività di diplomatico che Toynbee svolse - come membro della delegazione britannica, al tavolo delle trattative di pace, all’indomani sia della Prima sia della Seconda guerra mondiale - fu ispirata proprio da questa convinzione e dalla volontà di cercare risposte pragmatiche e innovative per una possibile rigenerazione dell’Occidente.
Dopo il Secondo conflitto mondiale, più volte, egli ribadì il rifiuto della visione ciclica della storia tipica del pensiero greco e orientale, contrapponendole una visione lineare e profetica derivata dalla tradizione giudaica e cristiana. In fondo, Toynbee ha sviluppato l’idea secondo la quale la cronologia non è il solo mezzo per guardare la storia perché esistono periodi storici confrontabili indipendentemente dalla loro appartenenza o meno a una medesima serie cronologica. Un’idea semplice che non comporta concessioni al determinismo. Nel 1964, intervistato dal figlio Philip, egli si espresse in termini inequivocabili: «per quanto gli eventi del passato mostrino una regolarità nel succedersi degli avvenimenti, ciò è solo perché non furono controllati dalla scelta e dalla deliberata volontà degli uomini. Credo che gli eventi storici siano in parte pianificati e voluti, in parte non pianificati né voluti, ma causati da forze impersonali, cieche, psicologiche e sociali. Dove queste forze prevalgono, la storia soggiace a una legge naturale nella quale esistono forme e modelli originari. Ma credo che il futuro non sia mai prevedibile. Ci sono sempre abbastanza libera volontà e libera scelta per renderlo imprevedibile».
La lezione di Toynbee storico è anche una grande lezione metodologica. Proprio grazie all’approccio comparato, lo studioso inglese rifiutava ogni tipo di storiografia che si proponesse di scrivere dal punto di vista dei vincitori. Fu sempre stato consapevole, Toynbee, che l’ideale di uno storico senza pregiudizi è irrealizzabile. Ha dichiarato: «Non penso che si possa vedere la storia dall’esterno, con l’occhio di Dio». Ha ammesso, poi, che lo studioso, opera selezioni che riflettono pregiudizi ed emozioni. Ed è, questa ammissione, un grande insegnamento di umiltà.