ARNOLF0 Il rinnovatore di Firenze

Architetto, scultore, urbanista, fu l’artefice della città trecentesca. Progettò piazze e chiese e pose la prima pietra di S. Maria del Fiore

È emozionante trovarsi faccia a faccia con quei colossi di marmo, scolpiti oltre sette secoli fa. Giganti bianchi, severi, crucciati, che raccontano una storia lontana, quel grande medioevo scultoreo, alla base dell’altrettanto grande rinascimento fiorentino ed europeo. A due passi dalla basilica di Santa Maria del Fiore, c’è il Museo dell’Opera del Duomo. Non un comune museo, ma un’istituzione fondata alla fine del Duecento dalla Repubblica di Firenze per curare i lavori della nuova cattedrale. Un laboratorio dove grandi scultori - Arnolfo di Cambio, Verrocchio, Brunelleschi, Michelangelo - realizzarono capolavori, come il celebre David.
Oggi, insieme ai prestigiosi pezzi del Museo, troviamo riunite, in un allestimento sobrio ed elegante, oltre cento opere tra statue, dipinti, oreficerie, di uno dei più grandi scultori di tutti i tempi, Arnolfo di Cambio, e del suo entourage. La mostra, che celebra l’artista a settecento anni dalla morte e segue quella quasi in chiusura, divisa tra Perugia e Orvieto, è sorprendente. Perché permette di vedere di nuovo vicine, e restaurate, le sculture che un tempo ornavano la facciata di Santa Maria del Fiore, secondo la ricostruzione della curatrice Enrica Neri Lusanna. Perché presenta opere monumentali, delicate e difficili da trasportare, giunte anche da musei lontani. E ricostruisce l’attività di un artista celebre, ma sino a poco tempo fa ancora sfuggente.
Architetto, scultore, urbanista e forse anche pittore, Arnolfo, nato a Colle Val d'Elsa tra il 1240 e il 1250 e morto tra il 1302 e il 1310, fu il vero artefice della brillante e ricca Firenze del Trecento. Vi costruì le mura, la Badia fiorentina, la chiesa di Santa Croce, la piazza di Santa Maria Novella, Palazzo Vecchio, pose la prima pietra, nel 1296, di Santa Maria del Fiore, portando a termine due navate e la facciata. Non solo, ma progettò le città di San Giovanni Valdarno, Castelfranco e Terranuova. E lavorò a lungo a Roma, Perugia e Orvieto per papi, imperatori e ordini religiosi. Un’attività da capogiro. Allievo di Nicola Pisano, formato sulla romanità e il gotico francese, creò un linguaggio fatto di forme solide, imponenti, essenziali e raffinatissime. Statue, rilievi, sepolcri, fontane, che diventano subito modelli per contemporanei e posteri, scultori e pittori, Giotto per primo. E, giustamente, in mostra c’è anche Giotto, con la Madonna di San Giorgio alla Costa del Museo Diocesano di Santo Stefano al Ponte e il Polittico di Badia degli Uffizi, utili per un confronto tra pittura e scultura.
La prima sezione della mostra è dedicata all’immagine di Arnolfo, come è stata rappresentata, sulla base delle Vite di Vasari nel Sei e Settecento e poi nell’Ottocento, quando lo scultore torna alla ribalta in occasione del rifacimento della facciata della cattedrale. Incisioni, disegni, terrecotte, gessi e marmi restituiscono il volto di un uomo imberrettato, naso pronunciato, sguardo profondo, abbigliamento sobrio. Un ritratto che ha probabilmente le sue radici iconografiche in quello affrescato da Giotto nelle Storie di san Francesco nella Cappella Bardi in Santa Croce, che Vasari ricorda «di mano di Giotto».
Poi gli inizi nella bottega di Nicola Pisano, testimoniati da teste di marmo levigate, tonde, quasi geometriche di Madonne, con i nasi sbertucciati dal tempo, gruppi scultorei, classici o francesizzanti, acquasantiere, pilastri e capitelli. Opere che raccontano il lavoro nella bottega di Nicola tra cui si scopre anche la mano di Arnolfo: in quella Madonna, braccia spezzate, volto implorante, arrivata dagli Staatliche Museen di Berlino, o in altre sculture.
I primi giganti marmorei, statue, frammenti di fontane, imponenti e profetici, testimoniano l’attività tra Roma e l’Umbria. Carlo d’Angiò dei Musei Capitolini di Roma, incoronato e seduto sulla sedia curulis, rivestito di veste e clamide, ci guarda dall’alto con una piega amara, dura. Bonifacio VIII (presente in calco) è forse un po’ più dolce, mentre intorno si dipanano pezzi di una fontana di Perugia, smembrata già nel 1308, o frammenti di sepolcri, presepi, angeli, di straordinaria qualità. Espressioni, corposità, movenze, dicono che proprio lì nasce tutta la scultura del futuro. Ed ecco, subito dopo, il fiore all’occhiello della rassegna: Arnolfo e Santa Maria del Fiore, la ricostruzione della facciata della cattedrale, in base a stile, iconografia, documenti. Lunette, statue come quella di Bonifacio VIII o la Madonna dagli occhi di vetro, scene scolpite, da Arnolfo, aiuti e maestranze varie, tornano idealmente al loro posto, da cui li aveva tolti alla fine del Cinquecento lo sciagurato Ferdinando I de’ Medici.
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LA MOSTRA
Arnolfo. Alle origini del Rinascimento fiorentino. Firenze, Museo dell’Opera di Santa Maria del Fiore (sino al 21 aprile, catalogo Pagliai Polistampa).