Arringa contro le toghe

Il mio buon maestro guardò con aria mesta l’acqua che scorreva, a immagine di questo mondo in cui tutto passa e nulla cambia. Rimase un poco assorto, poi riprese a voce più bassa:
«Solo questo, figlio mio, mi provoca un imbarazzo insormontabile, che debbano essere i giudici a rendere giustizia. È chiaro che essi hanno interesse a dichiarare colpevole colui che per primo hanno sospettato. Li spinge a ciò lo spirito di corpo, così potente presso di loro; per la stessa ragione si vede che, durante la loro procedura, tengono alla larga la difesa come fosse un’importuna, e le danno modo di accedervi solo quando l’accusa si ha imbracciato le sue armi e si è agghindata per assumere, a forza d’artifici, le sembianze di una bella Minerva. Per la natura stessa della loro professione, tendono a vedere un colpevole in ogni accusato, e a certi popoli europei il loro zelo sembra così spaventoso che essi li fanno assistere, nei grandi processi, da una decina di cittadini estratti a sorte. Il che dimostra che il caso, nella sua cecità, garantisce meglio la vita e la libertà degli accusati di quanto non possa fare l’illuminata coscienza dei giudici. È vero che questi magistrati borghesi, sorteggiati come alla lotteria, sono tenuti fuori dalla causa in questione, di cui vedono solo le manifestazioni esteriori. È vero anche che, ignorando le leggi, sono chiamati non ad applicarle, ma a decidere con una sola parola se c’è luogo di applicarle. Si dice che queste specie di assise talvolta hanno esiti assurdi, ma che i popoli che le hanno inventate vi sono attaccati come a una sorta di preziosissima garanzia. Lo credo bene. E capisco che si accettino delle sentenze rese in questo modo: possono essere incompetenti o crudeli, ma almeno le loro assurdità e barbarie non sono, per così dire, imputabili a nessuno. L’iniquità sembra tollerabile quando è abbastanza incoerente da sembrare involontaria.
«Il piccolo usciere di poco fa, che ha un così alto senso della giustizia, mi sospettava d’essere del partito dei ladri e degli assassini. Al contrario, deploro a tal punto il furto e l’assassinio che non posso sopportarne nemmeno la versione messa in regola dalle leggi, e mi è penoso vedere che i giudici non hanno trovato di meglio, per punire i ladroni e gli omicidi, che imitarli. Infatti, in tutta buona fede, Girarrosto, figlio mio, cosa sono l’ammenda e la pena di morte, se non il furto e l’assassinio perpetrati con augusta precisione? E non vedete che la nostra giustizia, con tutta la sua superbia, tende a quella vergogna che è sanzionare un male con un male, una miseria con una miseria, e raddoppia, in nome d’equilibrio e simmetria, i delitti e i crimini? Si può profondere in questa impresa una sorta di probità e di disinteresse. Ci si può mostrare tali che un de L’Hospital o al contrario tali che un Jeffryes, e per quanto mi riguarda conosco un magistrato che è una persona abbastanza onorevole. Ma, risalendo ai principî, ho voluto mostrare il vero carattere di un’istituzione che l’orgoglio dei giudici e il terrore dei popoli hanno fatto a gara per rivestire di una maestà solo usurpata; ho voluto mostrare l’originaria meschinità di questi codici che si vogliono rendere augusti ma che in realtà sono solo un bizzarro cumulo di espedienti.
«Ahimè, le leggi sono umane: è un’oscura e miserabile origine. Nella maggior parte dei casi furono le circostanze a farle nascere. L’ignoranza, la superstizione, l’orgoglio del principe, l’interesse del legislatore, il capriccio, la fantasia: ecco le fonti di questi grandi corpi giuridici che diventano venerabili quando cominciano a non essere più comprensibili. L’oscurità che li avvolge, resa ancor più impenetrabile dai glossatori, conferisce loro la maestà degli antichi oracoli. Sento dire di continuo e leggo ogni giorno nelle gazzette che ora facciamo delle leggi di circostanza e d’occasione. È il giudizio dei miopi, che non vedono che si tratta della continuazione di un uso immemorabile e che sempre, in ogni epoca, le leggi sono scaturite da qualche caso. Ci si lamenta anche dell’oscurità e delle contraddizioni in cui incappano senza sosta i nostri legislatori contemporanei. E non si nota che i loro predecessori erano altrettanto contorti e ingarbugliati.
«In effetti, Girarrosto, figlio mio, le leggi sono buone o cattive non tanto di per se stesse ma piuttosto per il modo in cui si applicano: una certa disposizione iniqua non fa alcun male se il giudice non la mette mai in atto. I costumi hanno forza maggiore delle leggi. La civiltà delle abitudini, la tolleranza degli spiriti sono gli unici rimedi che si possano ragionevolmente portare alla barbarie legale. Infatti correggere le leggi con altre leggi significa imboccare una via lenta e incerta. Solo i secoli disfanno l’opera dei secoli. C’è poco da sperare che un giorno un Numa Pompilio francese incontri nella foresta di Compiègne o sotto le rocce di Fontainebleau un’altra ninfa Egeria che gli detti leggi savie \.
«Girarrosto, figlio mio, mi vedete tutt’a un tratto incerto e imbarazzato, balbettante e stupido alla sola idea di correggere ciò che trovo detestabile. Non crediate che sia ritegno di spirito: niente stupisce l’audacia del mio pensiero. Ma state ben attento, figlio mio, a ciò che vi sto per dire. Le verità scoperte dall’intelligenza rimangono sterili. Il cuore è l’unico capace di fecondare i sogni. Infonde la vita in tutto ciò che ama. È per mezzo del sentimento che i semi del bene sono sparsi nel mondo. La ragione non ha così tanta virtù. E vi confesso che finora sono stato troppo ragionevole nella critica delle leggi e dei costumi. Così anche questa critica cadrà senza frutti e seccherà come un albero bruciato da una gelata d’aprile. Per servire gli uomini, bisogna sbarazzarsi di tutta la ragione, come d’una zavorra ingombrante, e involarsi sulle ali dell’entusiasmo. Se si ragiona, non ci si librerà mai».