Arsoli, arte e sapori: dal Castello Massimo alle squisite «sagne»

Renato Mastronardi

Lasciamo ad altri il compito davvero ingrato, data la scarsezza delle fonti, di esplorare i precordi storici di Arsoli, il cui nome compare per la prima volta nel 997 abbinato a Castellum: «Castellum qui vocatur Arsule». Da qui anche la disputa intorno all’origine del toponimo che potrebbe derivare da Arx, Rocca, Cima, Rupe. E, in effetti, il colle di Belmonte, osservato da lontano, appare veramente come un grosso macigno o come una rupe strapiombante. Fatto sta che Arsoli, come centro abitato e fortificato, nasce attorno all’anno Mille. Il suo territorio apparteneva, a quel tempo, al monastero benedettino di Subiaco. E ai frati di San Benedetto rimase affidato almeno fino al 1280, anno in cui fu ceduto ai Passamonti. Questi tennero il feudo fino al 1536. Poi la pestilenza del 1527 e le spoliazioni subite ad opera delle truppe spagnole e tedesche di Carlo V, consegnarono a Fabrizio Massimo un paese assolutamente degradato dal punto di vista economico e amministrativo. Tant’è che l’affare fu possibile soltanto grazie all’intermediazione di San Filippo Neri. Con l’avvento dei Massimo iniziò per Arsoli una stagione di eccezionale prosperità: si provvide al restauro del Castello e delle chiese; fu concesso alla cittadinanza un nuovo Statuto che contemplava più certezze in materia di Codice Civile e Penale; furono concesse agevolazioni fiscali e si diede impulso ad attività artigianali e imprenditoriali. Un vero «rinascimento» sociale, politico, economico e civile.
Da vedere. Prima di tutto e soprattutto il Castello Massimo che è, naturalmente, fra gli edifici più interessanti del paese e il cui nucleo originale risale al secolo IX. Il maniero ha una mole imponente e domina tutto il centro abitato: un’ombra maschia che si allunga protettrice e rassicurante alla quale posero mano anche il Vignola e Giacomo Della Porta, gli architetti più geniali del tempo. Al suo interno si conservano strumenti musicali, armi d’epoca e documenti antichi. In uno dei saloni non mancano cicli di affreschi che risalgono, in successione, tra il 1500 e il 1700. Accanto al castello si estende la Villa con un ampio giardino all’italiana e con numerose e fantasiose fontane. In questo luogo, di una suggestione unica, si trova la Cappella di Santa Maria di Belmonte, tomba di famiglia dei Massimo. Raggiunto il paese, vale la pena di fermarsi in piazza Valeria per osservare una fenice di bronzo, stemma del Comune di Arsoli, che ha come motto «post fata resurgo». Sempre in paese, in una dominante posizione panoramica, si alza su tutto l’abitato, la Parrocchiale del Santi Salvatore, ristrutturata, nel 1574, su disegno di Giacomo Della Porta. Sull’altare maggiore si illumina la Trasfigurazione, opera non declinante del Domenichino.
Da mangiare e da bere. L’economia del paese si basa esclusivamente sull’agricoltura: c’è una discreta produzione di fagioli di buona qualità, ai quali in settembre viene dedicata una Sagra. Inoltre, la raccolta delle olive consente la produzione di un ottimo olio. Quest’ultimo costituisce un ingrediente indispensabile di quella pasta che è la caratteristica precipua della cucina locale: le superbe sagne. Ma volendo, la lista del menù, si allunga fino ad offrire anche apporti dei gusti gastronomici dell'esteso territorio circostante. E così da Roviano arrivano cuzzi, sagne e fagioli caserecci; da Cervara di Roma, lenticchie, vino Cesanese e Rosatello; fettuccine al sugo di castrato e prosciutto di montagna; da Marano Equo le sagnotte, pasta fatta a mano senza uova. Per una tavola ch’è tutta da godere.