«Arte e tecnica non comunicano Ci vuole un nuovo Rinascimento»

È un famoso fisico, ma ritiene che l’arte spieghi l’universo meglio di una formula matematica: Roger Malina, sessantenne americano, è direttore dell’Osservatorio Astrofisico di Marsiglia e responsabile di Leonardo, rivista di arte e scienza edita dal Massachusetts Institute of Technology e firmata dalle migliori menti della prestigiosa università americana. Domani Malina sarà a Milano, protagonista di una conferenza organizzata da Meet the Media Guru (Mediateca di Santa Teresa, via Moscova 28, ore 19, ingresso libero) per parlare di un suo auspicio: l’avvento di un nuovo Rinascimento.
Professor Malina, si torna a Leonardo?
«Dobbiamo recuperare la consapevolezza che Leonardo aveva del suo stare al mondo, del suo essere letterato, artista, ingegnere e altro ancora. Mentre chiacchieriamo, mi trovo in un laboratorio, eppure mi sento in un ghetto: incontro solo gente simile a me. Se l’isolamento degli scienziati è utile alla ricerca, la scienza non può ridursi a questo: il divario tra esperti e persone comuni sta diventando eccessivo. Noi scienziati dobbiamo rendere la scienza confidenziale, aperta».
Come?
«Le faccio un esempio: tutti sanno misurarsi la febbre con un termometro: conoscono il principio che lo regola, non hanno bisogno di un manuale. Se io invece le chiedessi dov’è la trasmittente delle onde radio della sua città saprebbe rispondermi?».
Onestamente no.
«Ecco il punto: la scienza s’insinua nel quotidiano, eppure non ne siamo consapevoli: dobbiamo lavorare su questo».
Lei auspica un nuovo Rinascimento nel quale la scienza sia supportata dalle arti.
«Il lavoro degli artisti, con il loro carico di suggestioni, è fondamentale per veicolare messaggi scientifici».
Gli scienziati non temono che questo approccio conduca a semplificare settori, come l’astrofisica, densi di implicazioni?
«L’obiettivo di un nuovo umanesimo non è quello di renderci tutti scienziati, ma di far capire, specie alle nuove generazioni, che il mondo non è un mistero: esiste una parte che conosciamo e che possiamo spiegare. Il resto, ovvero il dark universe, l’universo sconosciuto che rappresenta il 97% della materia di cui mi occupo, non è direttamente percepibile, ma nell’arte esiste un serbatoio di metafore utili a descriverlo e comprenderlo. Fare cultura significa non dividere a compartimenti stagni le diverse discipline».
La Rete è utile a una maggiore divulgazione del sapere?
«Internet può fare la differenza, ma non è la soluzione: stiamo parlando di un problema più profondo, della necessità di un cambiamento culturale. Oggi il prestito dei libri in biblioteca è stato sostituito dalla ricerca on line, più immediata: bene, ma non basta».
Dunque?
«C’è bisogno di una nuova etica: la curiosità. Un misto tra la curiosità pura dello scienziato mentre esplora qualcosa di diverso da sé e quella dell’artista, proiettata nella ricerca interiore. Il sapere nasce dalla frizione creativa tra scienza e arte, dal loro prendersi per mano».
In Italia vige ancora una rigida divisione tra cultura e scienza.
«Come in Francia: Marsiglia sarà capitale europea della cultura nel 2013 eppure, a giudicare i programmi, la scienza non è compresa. Io invece la considero un formidabile “cargo culturale”, un po’ come quelle navi europee che sbarcavano in America portando polvere da sparo e oggetti mai visti prima. La scienza è un cargo che porta qualcosa che ormai è parte della nostra vita».