Arte Palma Bucarelli, la regina di quadri che spezzava cuori

La Regina di quadri cui è dedicata una biografia di Rachele Ferrario (Mondadori, pagg. 334 pagine, euro 20) si chiamava Palma Bucarelli: e per mezzo secolo ebbe un ruolo di primo piano nelle vicende culturali italiane. L’ebbe soprattutto come dirigente e animatrice della Galleria nazionale d’arte moderna, a Roma. «Vita e passioni di Palma Bucarelli» recita il sottotitolo del libro. Passione per la sua galleria sì. Passioni di cuore no. Bellissima, con un fascino pallido alla Greta Garbo che ammaliò tanti uomini famosi, Palma confessò in vecchiaia: «Sono stata molto amata ma ho amato molto poco». Non per niente circolava la battuta «Palma e sangue freddo».
Il primo Pigmalione della Bucarelli - brillante ricercatrice di storia dell’arte, capace d’una applicazione allo studio quasi maniacale - fu un barone universitario romano, Arduino Colasanti. Erano i primi anni Trenta, e la ragazza rampante non dimostrava particolare disagio nel muoversi - per soddisfare le sue curiosità e le sue ambizioni carrieristiche - nell’universo in camicia nera. Rachele Ferrario, che ama molto la sua protagonista - succede a gran parte dei buoni biografi - sottolinea che Palma non partecipò a un’adunata di sovrintendenti convocata da Mussolini, che portò in salvo durante la guerra i tesori della sua galleria, che aiutò la Resistenza. Tutto vero. Ma un grande giornalista, Paolo Monelli - al quale fu legata per tutta la vita e che sposò nel 1963 - si adoperò presso il potente Giuseppe Bottai - gerarca in orbace ma di grande finezza intellettuale - per farle avere trasferimenti e incarichi. È che i talenti sbocciati e formati durante il fascismo, dal fascismo non poterono prescindere per affermarsi, e così troviamo Palma nel salotto di Claretta Petacci.
La Bucarelli ebbe intuizioni geniali nel valorizzare l’arte moderna, e prese decisioni molto contestate come quella di esibire le scatolette di Manzoni - Piero non Alessandro, per carità - con «Merda d’artista». Fu compagna e ammiratrice di Giulio Carlo Argan negli stessi anni in cui lo era di Monelli, e in cui Vittorio Gorresio era di lei innamorato pazzo e non corrisposto. Perfino il vecchione Ugo Ojetti l’aveva ammirata, e Bottai probabilmente desiderata. L’avversarono «pezzi da novanta» come Giorgio De Chirico, Federico Zeri, Renato Guttuso. Il Pci deprecava i suoi cedimenti all’astrattismo, l’avrebbe preferita in estasi per le tele del realismo di stato sovietico.
M’accorgo di passare pericolosamente, scrivendo queste righe, dalla recensione seria - che bene o male è il mio mestiere - al gossip delle affettuose relazioni, che non lo è. Debbo spiegare al lettore e all’autrice perché mai - essendo distaccato dal mondo dell’arte e non avendo vissuto, come milanese, la stagione di una certa dolce vita romana nella quale la zarina Palma svettava per bellezza e autorevolezza - abbia preso in mano questo volume. L’ho fatto per affetto a Paolo Monelli, un gigante non solo del giornalismo ma anche della storiografia, oggi non sufficientemente ricordato. Il suo Le scarpe al sole fu un bestseller della prima guerra mondiale; il suo Roma 1943 è a tutt’oggi il resoconto più fresco e autentico del 25 luglio e dell’8 settembre 1943.
Nel 1956, quando deflagrò la guerra di Suez (scontro arabo-israeliano con intervento dei paracadutisti francesi e inglesi, altolà Usa, minacce Urss) il Corriere della Sera m’inviò in Israele per seguire gli avvenimenti. Lì conobbi il «senatore» Paolo Monelli, inviato della Stampa: con il suo monocolo, la sua grande dolcezza e i suoi trasalimenti sentimentali da adolescente. Diventammo amici: e un giorno Monelli mi mostrò felice un telegramma di Palma - scrupolosamente citato in Regina di quadri - in cui la Bucarelli annunciava «comprata giallo-oro». Il riferimento era ai colori d’una Fiat millecento lusso e Monelli esultava per aver saputo che a Palma piaceva l’auto pagata da lui. Monelli aveva rapporti difficili con il direttore tiranno della Stampa, Giulio De Benedetti. Questi, avendo nelle sue mani anche i bilanci del quotidiano piemontese, lo detestava perché spendaccione. Anche i telegrammi irti di costosa punteggiatura del purista Monelli lo facevano andare in bestia. Un giorno, l’ultimo in cui fummo insieme, Monelli mi mostrò un altro telegramma. Era di De Benedetti. «Notiziario superato, varietà troppo frivola. Se non riesci migliorare torna primo aereo». Paolo Monelli tornò con il primo aereo. Altri tempi.