Artemidoro, Canfora: "Ecco perché il papiro è falso"

Intervista con lo storico-filologo che spiega come mai questo controverso documento, pagato milioni di euro dalla San Paolo, sarebbe solo una bufala

Milano - Papiri misteriosi, antichi segreti, falsari, antiquari senza scrupoli, mappe sconosciute, mercanti di mummie, giornalisti in cerca di scoop. Più che un’accademica disputa filologica quella che si agita da anni attorno al papiro di Artemidoro è una spy story uscita dalla penna di un geniale sceneggiatore hollywoodiano, a metà strada fra l’epopea di Indiana Jones e il thrilling di un James Bond in versione “archeo”. Attorno a quella sottile pergamena lunga due metri e mezzo e alta 32 centimetri acquistata due anni fa dalla Fondazione San Paolo per la cifra record di 2,75 milioni di euro - oltre a isolate battaglie nel campo dell’antichistica, della chimica e della papirologia - si combatte una delle guerre scientifico-culturali più feroci che le cronache recenti della ricerca storica ricordino. E pensare che il documento contiene “solo” cinque colonne di un testo greco, una mappa geografica, ritratti e disegni del corpo umano e alcune figure animali. Da una parte chi, come il direttore della Normale di Pisa Salvatore Settis, ne difende l’autenticità, sostenendo che il papiro fu usato a più riprese - tra I secolo a.C. e I d.C. - come supporto per un testo greco, la perduta Geografia di Artemidoro di Efeso, corredato dalla prima carta geografica della Spagna, poi come album di schizzi d’arte. E dall’altra chi, come Luciano Canfora, attribuisce il reperto al greco Constantinos Simonides, falsario di fama nell’Europa dell’800.

Professor Canfora, perché la questione dell’autenticità è così importante? Se fosse autentico cosa cambierebbe da un punto di vista storico?
«In realtà non molto. Coloro che hanno dato enorme importanza a questo oggetto sono gli stessi che ne affermano l’autenticità, peraltro in maniera sempre meno convinta. Semmai bisogna riconoscere che il papiro detto di Artemidoro rappresenta un bel “pezzo”: intelligente, ricco, furbo. L’opera di un grandissimo falsario, come era Simonides».

Perché l’avrebbe fatto?
«Il nostro eroe “soffriva” di un patriottismo particolarmente accentuato e voleva rivendicare, attraverso un documento del genere, l’antica tradizione greca contro la cultura nuova, “occidentale”, dei suoi tempi. La Grecia in quel momento era considerata una nazione arretrata: dimostrare che all’antica cultura ellenica risalisse la prima concezione “scientifica” della geografia significava fare un bel servizio al Paese».

Lei parla di elementi «fattuali, geografici e storici» che impediscono di considerare vero il papiro.
«Il documento presenta punti inspiegabili. Ne cito alcuni: l’autore del testo dà della provincia romana della Spagna ulterior una definizione anacronistica, usando un termine che sarebbe valido solo dopo Augusto, mentre Artemidoro visse 90 anni prima. Poi c’è il fatto che il brano, già conosciuto in una versione bizantina, aveva subìto una serie di modifiche ed errori di stampa nel corso della traduzione: il falsario non se ne è accorto e li ha riportati nel papiro. Infine uno svarione al limite del ridicolo: l’autore descrive il Golfo di Biscaglia - che Artemidoro non vide mai in vita sua - basandosi su un errore dovuto a Tolomeo che aveva sbagliato i calcoli dei gradi...».

Quali sono secondo lei gli errori più macroscopici dell’edizione critica di Salvatore Settis e Claudio Gallazzi presentata a Berlino?
«Il fatto che dove i curatori si sono accorti che il testo non funzionava, lo hanno cambiato. Ad esempio, io avevo segnalato due anni fa che la distanza da Cadice al promontorio di San Vincenzo secondo Artemidoro era di 1700 stadi, invece nel papiro ne vengono fuori 2200. E così i curatori hanno cambiato i numeri...».

Ma questo è dolo.
«Direi di sì».

E quali sono gli elementi che traggono in inganno, in buona fede, gli studiosi che credono nell’autenticità?
«Prima di tutto direi la scrittura, modellata sui celebri disegni ercolanesi: i papiri di Ercolano, noti già alla fine del ’700, erano stati trascritti a mano in grandi volumina. Il falsario si è ispirato a questi testi, e il risultato è una scrittura molto bella, ingannatrice».

Il papiro, prima che alla Fondazione San Paolo, fu offerto al British Museum e al re di Spagna, che rifiutarono di acquistarlo.
«Ci sono stati anche il Getty Museum e il Louvre».

E perché hanno detto no? Per questioni di soldi o perché non si fidavano?
«Non credo che istituzioni come il Getty abbiano problemi di soldi».

Lei è convinto della falsità del documento eppure le analisi del papiro e dell’inchiostro sembrano smentirla.
«L’analisi del carbonio 14 dimostra solo che il supporto è antico, e io stesso sono convinto che sia così. Il problema è che tutti i falsari usavano papiri antichi. E Simonides aveva un fratello in Egitto che gli procurava questi materiali. Per quanto riguarda l’inchiostro invece non si può determinarne l’età, ma solo la composizione, di cui già Plinio a suo tempo fornì la ricetta: chiunque poteva riprodurlo. Tutte cose che ho scritto in un libro in uscita per l’editore Pagina dal titolo Come può questa cosa essere un papiro di Artemidoro?».

Maurizio Calvesi oggi sul Corriere della sera ha difeso la tesi del falso introducendo l’ipotesi che Simonides potrebbe aver copiato un testo dell’800 di Carl Ritter. Cosa ne pensa?
«Ho fatto il raffronto tra il testo greco e la traduzione francese di Ritter usata da Simonides, e indubbiamente esistono identità verbali continue. Calvesi è stato bravissimo nel risalire alle fonti».

Ma è stato lei a imbeccare Calvesi?
«Ma scherza? Lo conosco appena, e la sua ipotesi di lavoro l’ho scoperta oggi pomeriggio qui a Parigi leggendo i giornali».

Ultima domanda: come si spiega che giornali e tv dedichino così tanta attenzione a un papiro greco che parla di geografia?
«Che gli esseri umani sono migliori di quanto pensiamo. E non tutti guardano il Grande Fratello».