ARTHUR KOESTLER L’individualista inquieto

Per raccontare una vita non c’è niente di più illuminante della morte. Il corpo di Arthur Koestler venne trovato in poltrona, un bicchiere di whisky in mano. Era il 3 marzo 1983, si era ucciso 36 ore prima con una overdose di barbiturici, aveva 78 anni. Sul vicino sofà giaceva la moglie Cynthia: «Non mi hanno mai attirato i doppi suicidi» diceva fra l’altro il messaggio ritrovato vicino al corpo di lei. «Tuttavia non posso vivere senza Arthur, nonostante certe mie interne risorse». Sopra al suo addio, senza data e indirizzate «a chi di dovere», c’erano le motivazioni di Koestler scritte a mano: aveva il Parkinson, si era aggiunto un tumore, temeva che il progredire della malattia gli rendesse tecnicamente impossibile togliersi la vita. Pregava, qualora il suo suicidio - «una scommessa il cui risultato il giocatore conosce solo se fallisce, non se riesce» - non fosse appunto andato a segno, di non venir tenuto artificialmente in vita, e affidava queste sue ultime volontà alla moglie. Un terzo biglietto dattiloscritto e siglato con le sue iniziali diceva: «Da quando, giugno 1982, quanto sopra fu scritto, mia moglie ha deciso che dopo 34 anni di lavoro comune lei non poteva sopportare la vita dopo la mia morte». Cynthia aveva vent’anni di meno e non era malata.
Senza mezze misure
Il corpo aveva cominciato a tradire Koestler a 65 anni. Alla fine del 1971 aveva annotato nel suo diario: «Un anno fa la mia mente cominciò a guardare il mio corpo, ma è incapace di accettare che questo sono “io”. Il mio corpo è divenuto uno straniero». La decadenza fu improvvisa e implacabile: i capelli di colpo bianchi, la vista che diminuiva, difficoltà nel camminare, infine la diagnosi della malattia. Quello che ancora oltre i sessanta era un vigoroso quarantenne si ritrovò di colpo un vecchio. Al suo fisico Koestler non aveva risparmiato nulla: era stato un bevitore abbonato all’ubriachezza, un fumatore sino all’ossessione, un amante infaticabile, un intellettuale collerico e polemico, un lavoratore tenace. Era stato in carcere con una condanna a morte sulle spalle, in campo di prigionia, aveva girato il mondo, fatto la fame e conosciuto il lusso, non era mai stato un uomo dalle mezze misure, aveva sempre rischiato tutto nelle scelte. Adesso quel corpo gli presentava il conto, e per un vitalista senza fede, che si era costruito un complicato sistema di segni del destino, di «scritture invisibili» con cui razionalmente spiegare l’irrazionalità del vivere, l’idea che qualcosa oltre la sua volontà decidesse per lui, era un’offesa e una sfida. Come un giocatore di scacchi pianificò una morte da manuale, semplice, indolore, senza sbavature. Nel suo scacco matto l’unica mossa non fuori posto, ma non necessaria, fu il sacrificio della regina, Cynthia. Non fu cercato, ma non fu neppure evitato. La nota «a chi di dovere» citata all’inizio terminava con le seguenti parole: «Ciò che rende comunque difficile questo ultimo passo è il dolore che esso può recare ai miei pochi amici e soprattutto a mia moglie. È a lei che devo la relativa pace e felicità, mai provata prima, dell’ultimo periodo della mia vita». Nell’anno che intercorse fra quelle parole e l’ultimo gesto Koestler si limitò a prendere atto che se ne sarebbero andati insieme. Poi, ancora e sempre, si concentrò su se stesso.
Sette anni fa la biografia di David Cesarani, Arthur Koestler. The homeless Mind (William Heinemann-Random House), la prima a poter usufruire senza restrizioni dell’archivio Koestler, provocò un cataclisma che portò addirittura alla rimozione del busto dello scrittore dall’ingresso della Edinburgh University, dove era stata inaugurata una cattedra di parapsicologia. Le studentesse scozzesi - orripilate dalle rivelazioni di un Koestler manesco e stupratore, a cui piaceva dominare psicologicamente e fisicamente le donne - chiesero l’eliminazione della statua. Nel riportare la notizia ci fu chi in Italia, sul Corriere della Sera, scrisse che quel «marchio di garanzia» del carattere di Koestler, le sue esperienze in tal senso, erano «state alla base del suo libro del 1972 intitolato Le squillo». Naturalmnete Call girls, questo il titolo originale, racconta tutt’altro, e le ragazze squillo sono in realtà i professori universitari, quelli che viaggiano di convegno in convegno, pagati per esibirsi, «puttane» intellettuali, insomma...
È una precisazione utile a capire come intorno al nome di Koestler fraintendimenti ed equivoci, frutto di semplice ignoranza, malafade, genuina antipatia, non siano mai mancati, aiutati, va detto, dal carattere dello stesso scrittore, dal suo protagonismo, dal suo disprezzo per le convenzioni, dal suo volersi erigere più che a testimone a epitome di un secolo, il Novecento dei totalitarismi, della scienza e della tecnica.
Nella biografia di Cesarani l’elemento dell’antipatia non è secondario: si capisce che con Koestler in quanto persona l’autore non sarebbe andato a prendere un caffè... Ma è tuttavia tenuta a freno dalla statura intellettuale del soggetto studiato. Buio a mezzogiorno è uno dei grandi romanzi del Ventesimo secolo, i due volumi che compongono la sua autobiografia, Freccia nell’azzurro e La scrittura invisibile, sono dei classici della memorialistica, Dialogo con la morte e Schiuma della terra (ristampato oggi da il Mulino) fanno di lui uno dei più grandi reporter del suo tempo, la stessa attività di divulgatore scientifico, dalla biografia di Keplero ai saggi sul comportamento umano alle polemiche contro il riduzionismo, per quanto criticabile rappresenta un corpus non liquidabile con un’alzata di spalle. E tutto sommato è più stimolante leggere un saggio che si vuole critico che non una biografia puramente appassionata come quella appena uscita in Francia di Michel Laval, L’homme sans concessions, dove Koestler è, più o meno, un eroico avventuriero.
«Casanova delle cause»
Ciò che magari si tende a dimenticare è che, più semplicemente, fu un uomo, con tutto il carico di debolezze, ambiguità, miserie e grandezze che l’essere tale comporta. Un uomo geniale, solidale, anche brutale. Innanzitutto verso se stesso. Janine Graetz, una delle sue molte amanti, glielo fece rimarcare. «Tu sei gentile e pronto a sacrificarti con chi non conosci, ma se accetti di vivere con qualcuno diventi inumano, per lui e per te stesso, lo torturi e ti torturi». «Casanova delle cause», come lui stesso si definirà (comunista fervente, anticomunista intransigente, sionista ma a suo modo antisemita, nemico della pena di morte, apostolo dell’eutanasia...) dal punto di vista sentimentale fu più un Don Giovanni. Nella pulsione incontrollata all’atto sessuale sperava di trovare ciò che gli mancava: pace, tranquillità, equilibrio interiore. In uno che fin da giovane si sentiva insicuro e non altezza («Tutti abbiamo complessi di ogni genere» gli disse un amico nella Parigi degli anni Trenta, «ma il tuo non è un complesso, è una cattedrale») e che vedeva nel possesso fisico un’affermazione («Fare l’amore è solo stupro consenziente» farà dire alla eroina di Arrivo e partenza) tutto ciò non sorprende. «Io non posso né vivere da solo né con qualcuno. È vero. Da Helga a Eva a Daphne, a Mamaine e Janine e Janette ho sempre preferito lo stesso genere: meravigliose cenerentole, infantili e inibite, inclini a essere sottomesse con la forza. Ma il saperlo non risolve il problema». Messi in fila, le umiliazioni, gli scatti di collera, gli schiaffi, lasciano una striscia sgradevole e odiosa. Eppure le ex mogli gli rimarranno amiche, le ex amanti pure, come se quello da proteggere fosse lui, non loro...
Forse il miglior ritratto del Koestler seduttore è quello lasciatoci da Simone de Beauvoir nel romanzo a chiave I mandarini, dove lei è Anne e Koestler Scriassine, intellettuale senza pace che «vedeva rosso ogni volta che qualcuno gli nominava la Russia». La compagna di Sartre non era certo il tipo della Cenerentola, a dimostrazione dell’interesse a 180 gradi dell’autore di Lo Yogi e il Commissario, ma la strategia di seduzione koestleriana funzionò lo stesso. «Andreste a letto con uno che vi piace?» chiede Scriassine nel romanzo. E Anne dice di sì. «Bene, non mi piace il genere safari. Fare la corte è una cosa degradante, per chi la fa e per la donna. Penso che nemmeno a voi interessi tutto questo non senso sentimentale». Dirà Anne dopo quella notte d’amore che lascerà entrambi perduti, entrambi disillusi: «Aveva l’illusione che la solitudine potesse essere curata con la forza».
Quarant’anni dopo - quando Koestler era già morto e fra lui e i Sartre il fossato dell’ideologia era ormai divenuto incolmabile, Simone avrà nei suoi confronti parole di disgusto, ma ancora negli anni Quaranta, nelle lettere a Nelson Algren, il profilo che ne emerge è di un uomo complesso eppure affascinante, generoso ma infelice, egocentrico ma capace di affetti.
Il ritratto letterario dei Mandarini e quello vero della corrispondenza con Algren aiutano a far luce su un’epoca e un ambiente incomprensibili per chi si limiti a guardarlo con l’occhio del proprio tempo. Il machismo di Koestler è quello di Hemingway e di Malraux, ed è considerato assolutamente normale, la gelosia è un sentimento borghese, il matrimonio una convenzione, ubriacarsi non sarà elegante, ma lo fanno tutti, Sartre come Camus, Spender come Amis, ed è piacevole, si litiga, ci si insulta, si rompono e si ricompongono amicizie, si discute incessantemente di politica, ideologia, schieramenti... Koestler arriva alla soglia della Seconda guerra mondiale che è un déraciné, uno sradicato da tutto e da tutti: è ungherese, ma dall’Ungheria è dovuto scappare, è ebreo, ma pensa che gli ebrei abbiano senso solo in Palestina, è stato comunista e ora è un senza partito, un «traditore», un senza casa... Il non avere un luogo, il non avere una certezza, lo rafforza nell’unica cosa su cui possa contare, se stesso. La guerra e il dopoguerra non faranno che accentuare questo lato del carattere.
Un perenne «sopportato»
Una volta che Israele diverrà un Stato riterrà chiuso il suo debito di ebraicità, vivrà in Inghilterra sentendosi di continuo un esule, ovvero un sopportato, scapperà dagli Stati Uniti dopo aver constatato che in fondo Urss e Usa si equivalgono. «Ambedue i Paesi hanno una cosa in comune: estrema frustrazione dell’individuo, lì schiavo dello Stato, qui di un totalmente meccanizzato e stereotipato modello culturale. Essere poveri in America fa prospettare il suicidio come una ragionevole, equilibrata attitudine». Quel mattino in cui decise di togliersi la vita forse tutto questo gli passò davanti: i figli che non aveva voluto, la figlia che non aveva accettato di riconoscere, le mogli da cui aveva divorziato, le cause vinte e quelle perse, gli ex amici divenuti nemici, gli arrivi e le partenze di una vita inquieta, tormentata, spesso disperata. Anche per lui, allora, si fece buio a mezzogiorno.