ARTURO MARTINI Le favole di pietra

Molti inediti e opere dimenticate in questa rassegna dedicata al linguaggio plastico del più originale narratore di storie e miti del XX secolo

È imbarazzante usare superlativi, specie per una mostra che lo è per davvero. Lo è proprio perché negli ultimi tempi il superlativo è divenuto un leit-motiv nella recensione di un qualsiasi evento espositivo. E dunque affermare che questa mostra su Arturo Martini (Treviso, 1899 - Milano, 1947) è superlativa sembra non renderle giustizia. A più di 25 anni dall’ultima grande esposizione di Palazzo Reale a Milano, quest’antologica che invece è ripartita su due sedi (il Museo della Permanente e la Fondazione Stelline) è ineccepibile nelle scelte critiche e nel rigore filologico che introduce pienamente all’arte di uno dei protagonisti assoluti della scultura italiana del XX secolo. Un evento reso possibile grazie alla collaborazione tra le due istituzioni milanesi e la Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma (dove la mostra si trasferirà in seguito).
La mostra è curata da una triade di ben note storiche dell’arte - Claudia Gian Ferrari, Elena Pontiggia e Livia Velani - che nel palazzo della Permanente hanno collocato circa 90 opere dal 1913 al 1947, raccontando il percorso creativo dello scultore, introdotto nell’atrio del palazzo dal grande bronzo de Il Figliol prodigo, del 1927, che proprio qui, alla Permanente, fu esposto nel 1929 alla II Mostra del Novecento Italiano. La mostra inizia poi con la Fanciulla piena d’amore, del 1913: un volto su di un lungo collo echeggiante l’influenza di Modigliani visto da Martini a Parigi al Salon autunnale del 1912. Ma il volto vive piuttosto in un clima simbolista, cioè in un ambito che aveva coltivato un’immagine della donna ambiguamente seduttrice. Proseguendo, dopo Gli amanti, del 1920, un suggestivo altorilievo in gesso patinato color ocra, si giunge a L’amante morta, del 1921 (in gesso policromo), che Martini interpreta in posizione assisa, con il capo leggermente piegato all’indietro e le braccia abbandonate sulle gambe: come se dormisse. Una figura ieratica che simboleggia il distacco dalla vita, non traumatico ma appunto nelle forme del sonno: un nodo centrale nella poetica metafisica che tende ad esprimere una dimensione d’immobilità, oltre lo scorrere del tempo.
Meno noti, ma importanti nell’evoluzione lessicale dell’artista due piccoli bronzi del 1924 (due teste, di ragazzo e ragazza), che mostrano come, dopo il trasferimento a Roma, Martini abbia subito il fascino della ritrattistica etrusco-romana. Bella e suadente, bilanciata com’è tra pudore e carica erotica, è La Pisana, del 1928. Gli ci vollero quasi 15 anni per scolpire quell’eroina tenera e selvatica, protagonista delle Confessioni di un italiano, che aveva letto nel 1914. Eccezionale, è la Lupa ferita, un bronzo del 1930-31, che Martini realizzò ispirandosi alla Chimera etrusca e alla Lupa capitolina, ma che lui vedeva come una sensualissima fanciulla a quattro zampe perché, ricordava nei suoi Colloqui, «non è mai lirico un uomo in piedi». La fanciulla ha la schiena inarcata e trafitta da una freccia che le esce sul seno. La testa è tesa all’insù, la bocca aperta, in un «ruggito animalesco», l’urlo di dolore per il suo corpo trafitto a morte. Piaceva tanto questa «lupa» a Venturi, a Persico e a Vittorini che scriveva: «È una cosa selvaggia, una donna allo stato ferino di femminilità».
Tra gli scoop della mostra, le due versioni della Sete (il bozzetto in bronzo del 1932 e la scultura in pietra di Finale del 1934), che per la prima volta si possono vedere assieme. Il dato di partenza fu il grande impatto emotivo che Martini provò nel corso della sua visita a Pompei, nel novembre 1931, dove per la prima volta vide i famosi calchi umani. Ed anche qui, la drammaticità è l’ordinatrice del gesto plastico, cioè del momento in cui una donna, con un bambino aggrappato sulla spalla, si è appena gettata a terra perché ha raggiunto quello che ansiosamente cercava: l’acqua della vita. Ed ancora, tra gli inediti, un Mangiatore di porchetta del 1936, in terracotta, esposto solo a Torino nel 1937 e poi scomparso. Una scena quasi picaresca, un eccesso di voracità che Martini forza con accenti vernacolari. Ed infine, da segnalare tra le tante opere in mostra, il bronzo dedicato a Tito Minniti, eroe d’Africa del 1936. Era un pilota italiano, caduto con il suo aereo e catturato e poi decapitato dagli etiopi che ne avevano portato la testa in trionfo. Scosso dall’episodio, Martini ne racconta la morte con la crudezza ed assieme con la delicatezza che hanno le favole, dove anche i fatti più atroci si stemperano in una dimensione trasognata.
Alle Stelline invece stanno una dozzina di opere monumentali, raggruppate parte su una sorta di palcoscenico inclinato, e parte sul fondale. Ed anche qui vi sono opere eccezionali, come Annunciazione, del 1933, un blocco di quasi 3 metri in pietra di Vicenza, che da quasi quarant’anni stava occultato in un ufficio pubblico; come Ercole, un bronzo alto 260 cm, del 1936, mutilo delle braccia perdute assieme al leone cui erano attaccate. Alle Stelline vi è anche un repertorio visivo di gigantografie che collegano il percorso espositivo alle opere monumentali di Martini presenti a Milano. Insomma, una mostra complessa e composita che illustra esemplarmente l’intera vicenda di questo grande narratore di storie e miti che fu Arturo Martini, certamente il maggior creatore d’immagini plastiche del secolo appena trascorso. Del resto «raccontare, raccontare, raccontare» fu una sua eloquente dichiarazione poetica.
LA MOSTRA
Arturo Martini, Milano al Museo della Permanente e alla Fondazione delle Stelline. Fino al 4 febbraio 2007. Catalogo Skira.