Arturo Toscanini antifascista estetico

Caro Granzotto, mercoledì si è tenuto alla Scala un concerto con musiche di Richard Strauss diretto da Yoel Levi che ha segnato la conclusione delle celebrazioni per il cinquantesimo anniversario della morte del grande Maestro Arturo Toscanini. Da amante del melodramma avrei preferito un’opera tipicamente toscaniniana come l’Aida, ma mi va bene anche così, la musica è bella tutta. Le vorrei porre una domanda: leggendo in questi giorni delle celebrazioni mi ha colpito questa affermazione: il Maestro morì a Riverdale (New York) il 16 gennaio 1957 «da esule antifascista». Ma nel 1957 il fascismo non c’era più, e allora come si poteva essere esuli antifascisti?


L’antifascismo tutto può, caro Bonomi. L’antifascismo parlato, intendo, non quello davvero esercitato nei fatti. Senza arrivare all’eccesso di farlo esule a quattordici anni dalla caduta del regime, Arturo Toscanini fu certo antifascista, tuttavia resto convinto che il suo fu un antifascismo caratteriale, indotto più dall’indole, dal temperamento (assai fumantino) del maestro piuttosto che da considerazioni di natura ideologica che comunque, in sottofondo, certo non mancarono. Prenda il notissimo episodio dello schiaffo appioppatogli perché non intendeva far precedere «Giovinezza» al concerto in memoria del pianista e compositore Giuseppe Martucci (richiesta che poi Leandro Arpinati ritirò). Ebbene, il rifiuto aveva motivazioni estetiche, non politiche: «In un clima siffatto, gli inni sono fuori luogo» obiettò infatti Toscanini. «Questo è un rito alla memoria e ho perfino ordinato agli orchestrali di disporsi con gli strumenti già pronti perché non turbino il raccoglimento accordandoli come di consueto sul palco». È indubbio, però, che una volta a New York il maestro ebbe occasione di fornire concrete, anche se non eccelse, prove di malevolenza nei confronti del fascismo. Ad esempio dirigendo concerti di beneficenza per raccogliere fondi per lo sforzo bellico statunitense o inserendo nell’«Inno delle nazioni» di Verdi brani di «The Star Spangled Banner» e dell’«Internazionale». Ma che quello fosse antifascismo a ventiquattro carati, continuo a dubitarne.
Senta qui, caro Bonomi, cosa trovai leggendo «Misure del Tempo», il diario che Orio Vergani tenne dal 1950 al ’59 e che una decina d’anni fa Nico Naldini curò per l’editore Leonardo. «24 agosto 1953 - Amici di Toscanini si confidano. (...) «Micio» Borletti (Aldo, il figlio del Senatore Borletti, fondatore della Rinascente) ha parlato ultimamente di Mussolini con Toscanini. Toscanini ha detto: «Era un uomo che aveva molte qualità». «Micio», meravigliato, gli ha ricordato che una volta, vedendo una fotografia di Mussolini in un album di casa Borletti, aveva detto: «Se lo incontrassi lo accopperei». Toscanini ci ha pensato su un momento e poi ha bofonchiato: «Mi sono sbagliato».