ASIA L’arte nomade dei terribili cavalieri

Chi abitava davvero le sterminate steppe dell’Asia? Neppure Erodoto, il padre della storiografia, che scrisse nella seconda metà del V secolo a.C., sapeva dirlo con esattezza. Gli giungevano racconti strani su uomini dai piedi caprini o su altri che non dormivano per sei mesi interi (forse un’eco del fenomeno delle notti boreali?). Altri parlavano di uomini con un occhio solo, o di grifoni che custodivano immense montagne di oro. Tutte queste genti misteriose gravitavano intorno ai territori abitati dagli Sciti.
E questi ultimi, invece, i greci li conoscevano bene. Erano una popolazione nomade che vantava cavalieri valorosi e arcieri infallibili. Ad Atene, addirittura, gli arcieri Sciti erano utilizzati come una sorta di polizia urbana, per mantenere l’ordine pubblico per esempio durante le assemblee popolari, e dovevano essere tipi assai persuasivi per quanto magari bizzarri. In una commedia di Aristofane un arciere scita compare come personaggio, e viene preso in giro per il suo accento straniero e i suoi modi rozzi. Eppure anche riguardo agli Sciti, che nelle steppe apparivano e scomparivano in improvvise scorrerie, colpivano e fuggivano con demoniaca rapidità, Erodoto ignorava molte cose. «Non sono stato in grado - scriveva lo storico - di conoscere esattamente il numero degli Sciti. Alcuni dicono che essi sono assai numerosi, altri che sono molto pochi».
Gli Sciti erano guerrieri terribili: bevevano il sangue dei nemici, tagliavano loro le teste, li scotennavano e appendevano lo scalpo alla sella dei loro cavalli. A volte, dice Erodoto, scorticavano anche uomini interi. Il teschio, limato e ripulito, lo usavano come coppa. È facile vedere in questi guerrieri sanguinari l’archetipo di molte altre popolazioni nomadi che, per secoli, hanno premuto alle porte del mondo cosiddetto civilizzato. Sarmati, Unni, Goti, Avari, Mongoli. Gli stessi usi, la stessa maniera di combattere, la stessa permanente minaccia che uomini senza casa portano ai costruttori di città e di strade. Ai greci, ai romani, ma anche ai persiani. Come imparò, a sue spese, il Re dei Re Dario I, che combatté invano contro gli Sciti e si dovette ritirare scornato senza essere quasi riuscito a vedere i suoi nemici.
A questi popoli nomadi è dedicata ora una mostra che resterà aperta fino al 4 novembre al Castello del Buonconsiglio di Trento. Si intitola «Ori dei cavalieri delle steppe». E l’accento cade sull’oro perché le immense pianure dell’Asia erano famose anche per la loro ricchezza. Sanguinari e feroci, ma non insensibili al bello, i principi nomadi chiamavano gli artigiani greci a lavorare il loro oro. E da questo lavoro sono usciti capolavori straordinari, di cui la mostra di Trento offre un buon assaggio. Sono tutti pezzi solitamente difficili da vedere, che vengono dai musei dell’Ucraina, da un territorio dunque che per secoli fu teatro delle scorrerie dei nomadi.
Basterebbe un solo oggetto, il rivestimento in oro di una faretra, databile intorno al IV secolo a.C., per dare un’idea del mondo degli Sciti. La faretra rimanda a quell’arte di combattere con l’arco in cui gli Sciti erano maestri, capaci di scoccare frecce con inesorabile precisione anche cavalcando all’indietro. Ma sul rivestimento aureo, trovato nella tomba di un guerriero, sono sbalzate figurine antropomorfe tipicamente greche, che superano quella tradizione dell’arte animalistica (leoni, grifoni, cervi) caratteristica dei popoli delle steppe. Il mondo dei popoli nomadi era, del resto, anche un mondo leggendario e fiabesco. Sempre nelle steppe si riteneva vivessero le Amazzoni. E, in mostra, la ricostruzione del corredo di una principessa guerriera offre una dimensione storica e realistica alla leggenda delle Amazzoni.
La mostra (e il catalogo pubblicato da Silvana Editoriale) copre un arco cronologico molto vasto, lungo un percorso millenario che dai tempi più antichi arriva fino alla cristianizzazione dei nomadi. Dagli antichi simboli sciamanici degli Sciti si giunge fino alle croci d’oro con cui si adornavano i principi convertiti al cristianesimo. Perché, accanto all’oro e alla guerra, la religione fu sempre uno degli aspetti fondamentali dell’esperienza dei nomadi. Erodoto offre molte notizie sul mondo religioso degli Sciti: parla degli Enari, misteriosi sacerdoti ermafroditi, dotati di poteri profetici. E famosi erano gli sciamani che potevano viaggiare a cavallo di una freccia oppure comparire contemporaneamente in due luoghi diversi. Un senso magico della religione che durerà a lungo. Molti secoli dopo, anche Gengis Khan, prima di ogni sua impresa, si consulterà con gli spiriti della steppa.