Aspirare alla pace studiando l’arte della guerra

Make love, not war, «Fate l’amore, non la guerra» gridavano e amplessavano i giovani occidentali tra Stati Uniti ed Europa negli anni Sessanta e Settanta. Era un modo per criticare, contestare, scardinare. E si credeva una novità, sospinta dal vigore della giovinezza e da una società in rapido mutamento. Si tracciava così uno spartiacque assoluto, un criterio esperienziale e sensoriale da contrapporre al verde uniforme e militare e a qualche guerra in particolare. Tra un concerto oceanico e un oceano di confusione qualcuno era cosciente di provare a estendere su scala di massa un principio antico come l’uomo stesso? Ares aggiogato da Afrodite, Marte reclinato tra le braccia di Venere: da sempre l’uomo aspira alla pace e al suo compimento che è l’amore. Eppure Marte c’è, Ares incute da sempre brividi di sangue dietro il luccichio e il fascino delle sue armi.
Nella storia umana la vita civile e quella militare sono originarie e, in molti modi, intrecciate. E lo sono persino in un’Europa come la nostra che tende a relegare in un canto la dimensione bellica, soprattutto a causa della sazietà della guerra venuta con la prima e la seconda guerra mondiale. Come a dire che a noi sono servite almeno tre grandi guerre - oltre alle due mondiali, per lo meno quella franco-prussiana del 1870-71 - per comprendere la lezione appresa dagli statunitensi con la «sola» guerra di secessione nel 1861-65: cioè che scannarsi reciprocamente fa più danni che altro.
Una conseguenza culturale di questa atrofia della guerra, particolarmente nelle nazioni sconfitte al termine del secondo conflitto mondiale, è consistita nell’asfissia e rarefazione degli studi storici di tipo polemologico e strategico. La messa al bando della guerra da parte della società civile ha comportato un’estromissione della cultura a essa legata, esclusa per esempio dalle pagine dei manuali di scuola (si dice sì che ci fu la guerra, ma non la si spiega, non se ne capiscono i meccanismi e l’importanza del fattore umano) per finire relegata in riviste di settore, fiere e passioni modellistiche guardate sempre con sospetto dai benpensanti. Tuttavia questo è un errore - smentito peraltro da una consistente e fedele schiera di lettori di tematiche belliche - che deriva da una confusione specificamente culturale: ovvero ritenere che la cultura militare coincida con il militarismo.
Tra le due cose corre un fossato. La prima si sviluppa da una condizione di natura per cui l’uomo comprende di dover conoscere i segreti della guerra - le motivazioni, le pulsioni e le costrizioni che muovono i singoli e le comunità, l’organizzazione e la logistica, la scienza e la tecnica - per correlarli agli scopi del vivere e, se necessario, del confrontarsi. Il secondo è invece una degenerazione, quando la prima finisce nelle mani dei soli militari. Il militarismo è figlio di un accecamento per cui il vigore e l’orgoglio sovrastano la ragione, con conseguenze nefaste per vincitori e vinti. Doveva avere in mente questo problema Georges Clemenceau (1841-1929) quando pronunciò una frase destinata a una certa fortuna: «La guerra è una cosa troppo importante per essere lasciata ai generali». Oppure Karl von Clausewitz (1780-1831) con la celebre affermazione del suo Della guerra: «La guerra è la prosecuzione della politica con altri mezzi». La guerra non è dunque da capire per sé, giacché lasciata a se stessa conduce l’uomo nel ferino. La guerra (e la morte da cui deriva e a cui conduce con marcia svelta) va compresa nel suo essere figlia del male radicato nel cuore umano e dunque eliminabile solo con estrema fatica, sofferenza e sangue. In questo, Cristo docet.
Ebbene, è proprio sulla base di questo approccio culturale che Il Giornale presenta Militaria, una vasta opera di taglio europeo che incede con il respiro dell’enciclopedia e il passo serrato dell’immagine al servizio della comprensione. Perché l’imponente e spettacolare dispiegamento di mappe e illustrazioni storiche, riproduzioni di quadri e affreschi, stilizzazioni e modelli, araldica e uniformi, dati e cifre, serve a squaternare il mutevole e multiforme volto della guerra, dalla cavalleria medievale ai bombardieri del XX secolo. Insomma un Hotel des valides su carta, una cavalcata tra cingoli e armature, corazzate e sommergibili, campi di battaglia e fronti di guerra, ritrovati tecnici e innovazioni scientifiche.
Autore di questa impresa editoriale è Giovanni Santi-Mazzini, uno «storico della cultura» e un «amante della pace» come ama definirsi, già noto per i suoi studi di argomento storico-marittimo, araldica e altro ancora. Ma soprattutto autore che distingue nettamente tra potenziale militare - che può garantire la pace - e militarismo - «da cui non può che conseguire la guerra» -, tra guerra «razionale» e violenza pura, tra civiltà e barbarie. Santi-Mazzini guida così il lettore in un’avventura di approfondimento che, senza tralasciare del tutto l’antichità greca e romana, fissa il proprio inizio con l’Europa modellata da Carlo Magno tra l’VIII e il IX secolo e prosegue di dinastia in nazione sino alle sei grandi potenze che hanno segnato, nel bene e nel male, la storia d’Europa e di mezzo mondo: gli Imperi tedesco, austro-ungarico, britannico e russo, la Repubblica francese - con l’ovvio e debordante corollario napoleonico - e il Regno d’Italia, cui si affiancano altre regioni e altre storie, dalla Polonia ai Paesi Bassi, dai Regni scandinavi all’Impero ottomano. Concezioni politiche e religiose si intrecciano e spiegano così il cangiare (ma anche il permanere) delle bandiere e degli usi, del lessico e delle istituzioni più tipicamente militari. Perché il successo in guerra dipende, ben prima e ben al di là delle qualità guerriere e tecniche, dalle istituzioni politico-religiose che informano una società, un popolo, una patria.
Nel primo volume, dedicato a Le armate e le potenze europee da Carlo Magno al 1914 (ma con una particolare attenzione quantitativa agli anni Ottanta del XIX secolo) spicca specialmente lo spazio riservato alle truppe «assoldate» (dal solidus o soldus romano, da cui «soldato») e «straniere» al servizio dei differenti poteri in conflitto, vera e propria cartina di tornasole della commistione di etnie, lingue e tradizioni che la guerra reca con sé. Con un periscopio ben aperto anche sul mondo della marina militare, anch’essa spesso trascurata in questo tipo di opere.
Tra professionisti e mercenari, coscrizioni e renitenze di massa, tra massacri ed eroismi si intravede in questo modo il filo di una ratio possibile, condensabile in un motto attribuito (sia pure a torto) al re d’Ungheria Mattia Corvino e relativo alla politica di Massimiliano I d’Asburgo, imperatore del Sacro Romano Impero tra 1459 e 1519: «Bella gerant alii! Tu, felix Austria, nube!», ovvero: «Lascia che altri facciano le guerre! Tu, Austria felice, va’ a nozze». Ovvero il lucido giudizio politico - e cattolico, val la pena di ricordarlo - per cui la guerra non viene negata (l’Impero dimostrò una notevole vitalità e capacità militare per secoli) ma aggirata e, in ultima istanza, controllata nel luogo deputato sommamente all’amore: il talamo, là dove Venere può e deve domare i bollenti spiriti di Marte.