ATLANTIDE Il posto delle favole

È il Platone del dialogo «atlantico» Crizia (ma anche del Timeo, sebbene in minor misura), ad avere innescato nel IV secolo a.C. uno dei dibattiti più durevoli che si conoscano, che attraversa tutto il mondo antico, quello latino, il medievale, il secolo dei Lumi e l’Ottocento romantico, fino ai nostri giorni, in cui non pare placato - sebbene ridotto, ormai, a qualche voce isolata e per lo più bislacca. È mai esistita la mitica Atlantide, il continente sommerso dai flutti per volere di Zeus, una volta accortosi che la nobile schiatta dei suoi abitanti «stava degenerando verso uno stato miserevole», quello di ogni cupidigia ed eccesso?
Platone lo propone nel Timeo come «un discorso certamente singolare, ma tutto vero», stando almeno a come lo raccontò un giorno Solone, riferendo eventi anteriori di novemila anni. (Discorso soprattutto di natura politica: l’Atene preistorica, «la migliore in guerra e \ governata da ottime leggi» sconfigge con il suo valoroso esercito la potenza marinara.) E se è esistita, dov’era esattamente collocata? Ancora la tradizione platonica resta in tal senso la più autorevole: oltre le colonne d’Ercole (lo stretto di Gibilterra), in pieno oceano, ed era più grande della Libia e dell’Asia messe insieme: un’isola meravigliosa, regno di una perpetua età dell’oro; ma fattasi in seguito bellicosa, tanto da attaccare vari imperi del Mediterraneo e la stessa Atene. La quale, come dicevamo, riesce a contrastare l’aggressione.
Era quella, però, un’epoca di continui rivolgimenti ambientali, in un pianeta ancora magmatico e non ben raffermato nei suoi confini: le distruzioni «per acqua» erano le più frequenti, diluvi e maremoti scompigliavano le linee del mondo e annegavano il genere umano, metodo evidentemente tra i più pratici per la divinità, quando riteneva giunto il momento di punire quel «coso con due gambe» (per dirla con Gozzano) se alzava un po’ troppo la cresta - salvo risparmiarne sempre, chissà perché, due esemplari, una coppia che in maniere più o meno fortunose (Deucalione e Pirra, per citarne una, dai cui sassi gettati sulla Grande Madre Terra rinascono gli uomini e le donne) perpetua il genere umano. Così, per Atlantide, e per la stessa Atene, il destino è segnato: «Dopo che in seguito, però, avvennero violenti terremoti e diluvi, nello spazio di un sol giorno e di una sola notte funesti, tutta la nostra flotta fu inghiottita d’un sol colpo sottoterra e l’isola Atlantide s’inabissò allo stesso modo nel mare».
La ricerca di Atlantide - intellettuale, per pura sete di conoscenza, e materiale, per via dei tesori che essa celava - sarà da allora in poi inesausta; di fantasie atlantidee abbonda la letteratura di ogni epoca, e anche di spedizioni più o meno disastrose negli abissi oceanici - comunque a tutt’oggi fallimentari. Del resto Platone la descrive nel Crizia in maniera straordinariamente allettante: proprietà di Poseidone al momento della pacifica spartizione del mondo tra gli dèi olimpî, egli la rende un vero paradiso in onore della fanciulla Clito, che fa sua sposa e con la quale genera le cinque coppie di maschi, primo fra tutti Atlante, futuri sovrani del regno, origine della stirpe (e non si sa come, data la mancanza di femmine - ma certi eccessi del vecchio filosofo sono noti: nella gerarchia delle incarnazioni sostiene che le peggiori siano quelle di donna e di animale, ultimi i pesci). La terra spontaneamente ferace, le fonti di acqua calda e fredda, i preziosi metalli che vi abbondano (tra cui il leggendario oricalco «dai riflessi di fuoco», che rivestiva statue e palazzi), gli animali di ogni specie, domestici e selvaggi, elefante compreso, «il più grosso e il più vorace»; e ancora le opere che Poseidone compie, «da dio par suo», le plurime cinte murarie, il sistema di canali e il porto, crocevia di popoli dove giungevano le merci più disparate e preziose, e i templi d’oro e d’avorio e d’argento...
Una sorta, insomma, di paese fuori dal tempo e dallo spazio, che sarebbe facile riferire - come è stato ampiamente fatto - all’opera di una razza non terrestre. Ben a ragione, fra le tante altre cose interessanti, scrive Pierre Vidal-Naquet, nel suo ultimo saggio Atlantide. Breve storia di un mito (Einaudi, pagg. 141, euro 18, traduzione di Riccardo Di Donato), a proposito del racconto di Atlantide e della guerra contro Atene, che Platone «ha inventato un genere letterario che resta ancora in vita, \ la fantascienza. Di tutti i miti che ha creato, è in qualche modo il solo che abbia attecchito».
Dalle prime ipotesi di localizzazione, quelle greche (l’isola di Creta, e Santorini, Thera per gli antichi, sconvolte entrambe da un’eruzione vulcanica), lo studioso francese segue le tracce del mito nelle varie epoche: dalla letteratura ellenistica, Diodoro Siculo, attraverso Plinio il Vecchio, Ammiano Marcellino, fino, in era cristiana, ai vari tentativi di conciliare la tradizione biblica con la classica greca (individuando talvolta il continente perduto nella Palestina). Alcuni, come Origene, si concentrano sul conflitto Atlantide-Atene, metafora dello scontro di forze entrambe demoniache. Altri, come Proclo, vi vedono l’opposizione cosmica tra «il mondo dell’Uno e quello della Diade, tra lo Stesso e l’Altro». Per l’umanista Marsilio Ficino Atlantide era e resta un luogo della mente (ma non per questo meno veridico); quindi, con la scoperta dell’America, nasce tutto un filone di ricerca atto ad identificare Atlantide col Nuovo Mondo, nonché a giustificare storicamente, a vario titolo, i diritti accampati su di esso dal regno di Spagna (operazione nazionalistica ripresa dalla Germania nazista e dai suoi ideologi, Himmler in testa, che riconoscerà in Atlantide la patria favolosa della superiore razza ariana).
Eredità di Atlantide ritroviamo nell’isola di Bensalem di Francesco Bacone, governata da sapienti e abitata da una popolazione casta; mentre ancora nel XVII secolo la bizzarra mente di uno svedese, Olaüs Rudbeck, la ravvisa nella Svezia, e con sussidio di ponderosi volumi tende a dimostrare che la Scandinavia, con i suoi gloriosi abitatori, è appunto culla di ogni civiltà occidentale. L’ubicazione nelle Canarie o nelle Azzorre è più volte ripresa, a distanza di secoli; per Voltaire è l’isola di Madera. Il padre dell’occultismo francese, Fabre d’Olivet, fonde tradizione biblica e racconto platonico, col risultato di uno stupefacente pastiche. E, per rimanere in ambito esoterico, ecco William Blake, che complica il succitato pastiche con la tradizione americana e celtica, e il suo Albione, antenato dei Bretoni, altri non era se non il «patriarca del continente atlantico».
Approdando alla Francia ottocentesca, chi non conosce il viaggio tra le rovine di Atlantide del capitano Nemo e del professor Arronax in Ventimila leghe sotto i mari di Jules Verne? Meno noto da noi, ma egualmente significativo, il romanzo Atlantide di Pierre Benoit, che la colloca nell’Hoggar, altipiano sahariano, e le attribuisce una società governata da donne, la cui regina, Antinea, si serve degli uomini e poi li uccide, esponendoli, ben imbalsamati, nella «sala di marmo rosso». Vedete un po’ come e quanto può ribaltarsi la misoginia platonica.