«Attacco a La Spezia», la Nato si difende

Andrea Nativi

da La Spezia

Un gommone fuoribordo si avvicina discretamente alla diga frangiflutti che delimita l'ingresso della base, un nuotatore d'assalto si immerge e inizia a dirigersi verso la nave Alliance della Nato. Trasporta una potente carica esplosiva improvvisata, che deve cercare di piazzare sullo scafo dell'unità. L'obiettivo del terrorista è quello di dimostrare che qualunque nave e installazione portuale può essere attaccata impunemente, generando il panico.
Per fortuna si tratta solo del tema di una esercitazione che si è svolta nel quadro degli «Harbour Protection Trials», le sperimentazioni per la difesa dei porti, che la Alleanza Atlantica sta conducendo nella base navale di La Spezia. L'Italia, con la Marina Militare, è infatti la nazione guida per questo programma, che rientra nel più ampio progetto di Difesa contro il terrorismo (Dat) della Nato.
A La Spezia sono così impegnate navi cacciamine di diversi Paesi europei (tra i quali Germania, Italia, Spagna, Grecia e Turchia), ma anche 15 tra società, istituti e centri di ricerca, a partire dal Nurc, Nato Undersea Research Center, che mettono alla prova una quarantina dei più recenti sistemi e ritrovati tecnici per la difesa antiterrorismo navale.
Le minacce prese in considerazione sono le più varie e possono provenire da terra, dal cielo, dalla superficie e della profondità del mare. L'ipotesi più pericolosa è rappresentata proprio da un attacco subacqueo, come ha spiegato il Capo di Stato Maggiore della Marina, ammiraglio Paolo La Rosa. Non ci sono allarmi specifici, tuttavia il pericolo è concreto e non è un caso se già in occasione del G8 di Genova la Marina avesse messo in atto un dispositivo per contrastare attacchi navali. Del resto ci sono moltissimi abili subacquei civili, i respiratori a ciclo chiuso che non emettono bolle d'aria sono in libera vendita e fabbricare cariche esplosive subacquee non è difficile.
Nel «wargame» di cui detto all’inizio, le difese hanno funzionato, il subacqueo nemico (un operatore del Gos di Comsubin) è stato individuato da un piccolo sonar quando era a 200 metri dalla nave e successivamente anche la carica comunque piazzata sulla nave è stata scoperta da un piccolo sistema robotico subacqueo. Nella realtà tutto si sarebbe svolto di notte e dopo il primo allarme si sarebbe passato al lancio di carichette di profondità, alla attivazione dei sonar attivi delle navi da guerra per far «bollire» gli incursori. Ma tutti ammettono che per ora i sistemi di scoperta e difesa non sono perfetti, specie considerando che la protezione deve essere garantita anche in tempo di pace, senza disturbare le normali attività portuali, commerciali e militari. In Italia almeno le basi navali hanno un buon livello di sicurezza, ma lo stesso non si può dire per i porti. Negli scorsi anni almeno due incursioni reali sono state condotte contro bersagli italiani (in un caso fu minata la fregata libica Dat Assawari a Genova).