"Attenti alle trappole del gigione Keynes"

Michele Boldrin, economista liberale della Washington University di St. Louis, mette in guardia dal mitizzare l’inventore della teoria generale dell’occupazione, dell’interesse e della moneta: "Ha scritto tutto e il contrario di tutto"

Come spesso accade in tempo di crisi economica, c’è chi torna all’idea di un governo mondiale dell’economia e al suo padre nobile Keynes. Così fioccano le pubblicazioni sull’economista inglese. Per citare alcune delle uscite più recenti: L’economia politica dopo Keynes (Carocci), Rileggere Keynes. La lezione di John Maynard Keynes a 70 anni dalla pubblicazione della «Teoria generale» (Giuffrè), Quel diavolo di Keynes, Utet... Ultimo uscito e ben piazzato in classifica c’è poi c’è un testo del 1931 proprio di Keynes, una breve lezione del 1931 dal titolo Possibilità economiche per i nostri nipoti (Adelphi, pagg. 52, euro 5,50) accompagnata da un commento di Guido Rossi. Ora, in quel testo Rossi spiega che Keynes aveva anticipato le questioni poste adesso dalla crisi finanziaria, e che insomma si deve tornare all’idea keynesiana di un governo mondiale del mercato. Nel farlo se la prende però con una serie di illustri economisti (tra i quali diversi Nobel) che hanno interpretato il pensiero di Keynes (nel volume pubblicato negli Usa, Revisiting Keynes, Mit Press, a cura di Lorenzo Pecchi e Gustavo Piga), secondo lui in maniera errata. E la critica più pesante è andata all’indirizzo di Michele Boldrin l’economista liberista della Washington University in St. Louis. Abbiamo sentito proprio Michele Boldrin, il quale difende le sue posizioni anti keynesiane e favorevoli alla libertà del mercato. E solo a margine polemizza con Rossi: «Non solo non ha capito il contenuto del nostro lavoro, ma non ha nemmeno capito Keynes. Mi riesce difficile rispondergli».

Professor Boldrin, ci provi.
«Nel tentativo di far polemica, Rossi si attacca a un paradosso che facciamo. Ovvero: il testo di Keynes contiene alcune affermazioni giustificabili solo se si ignorano una serie di cose banali, che noi elenchiamo. Rossi si picca del nostro atto di lesa maestà. Così facendo, non si rende conto d’esser caduto in una classica “trappola keynesiana”».

Quale trappola?
«Keynes era un intelligente gigione che scriveva tanto e di qualsiasi tema gli venisse la voglia. Siccome amava aver ragione e, soprattutto, amava épater le bourgeois, se ne usciva a volte con tesi ardite e financo strampalate che poi argomentava usando i fatti e la logica a modo suo. Era bravissimo a far questo, infatti incantò due generazioni. Ma proprio per questo: è uno che ha detto tutto e il contrario di tutto. Gli studiosi di Keynes questo lo sanno, ma Rossi sembra ignorarlo, s’inalbera di fronte alla lesa maestà».

Dunque non ha ragione Keynes a immaginare la necessità di un Commonwealth mondiale che governi il mercato come sostiene Rossi?
«Il Commonwealth mondiale non vuol dire nulla. Cosa vuole che pensi delle grandiosità più o meno socialistoidi di un commercialista di sinistra? A me sembra un autodidatta confuso che, essendo potente per altre ragioni, scrive cose incoerenti su qualsiasi tema gli aggradi».

Lei dice che Keynes ha dato risposte sbagliate a domande giuste.
«Keynes, all’arrivo della Depressione, si era posto le domande giuste: che cosa succede nel lungo periodo? Che cosa implica il progresso tecnologico che risparmia lavoro? Come adattarsi all’innovazione continua che distrugge le professioni esistenti e ne crea di nuove? Domande molto acute, oltre che storicamente giuste».

E le risposte?
«Più che di risposte sbagliate parliamo di “logica” erronea dietro le risposte. La logica è viziata da una visione aristocratica e snobistica della natura umana, che lo porta a elaborare argomenti assurdi».

Bocciatura totale, dunque. Però nel breve saggio di Keynes emerge anche una visione molto ottimistica del capitalismo. C’è un Keynes pro-mercato?
«Come le ho detto prima: in Keynes c’è tutto e il contrario di tutto. Esistono centinaia di pagine di Keynes “pro mercato”! La sua reazione alla crisi era molto pragmatica: lui riteneva che, in certe circostanze, il sistema di mercato funzionasse male e che fosse necessario l’intervento salvifico dei governi. Anche in questo caso l’intuizione di base era corretta (in certe situazioni il sistema di mercato va in tilt ed è necessario l’intervento pubblico per rimetterlo in sesto), ma la logica sottostante e i meccanismi causali che descriveva erano confusissimi, e spesso erronei. Su questo, consiglio i vostri lettori di seguire il dibattito su nostro sito noisefromamerika.org».

Insomma che cosa c’è da salvare e che cosa da buttare nel modello di Keynes?
«Tutto e niente. Per la semplice ragione che non c’è un modello, né di sviluppo né di nulla. Il modello keynesiano non esiste, perché lui se ne inventava uno diverso a seconda delle occasioni. Il resto è un mito dovuto al fatto che la maggioranza delle persone che ne parlano non l’hanno mai letto».

Il capitalismo è in crisi?
«Il capitalismo vive e si evolve nella crisi. Senza crisi non c’è dinamica di crescita, non c’è concorrenza, non c’è innovazione. Questo però non vuol dire che tutte le crisi sono buone, né necessarie, né inevitabili. Questa è particolarmente cattiva ed era anche particolarmente evitabile, con il senno di poi».