Un’autobiografia in campo lungo

Fate partire le immagini, dedicato da Pier Maria Pasinetti alla madre, implica nel titolo anche un omaggio al fratello minore Francesco (1911-49), il primo in Italia - a Padova - a laurearsi in storia del cinema. Rapidamente s’impose tra i più ferrati cultori di un’arte in cui lo stesso Pier Maria si farà una bella esperienza (fra l’altro sceneggiando La signora senza camelie di Antonioni).
Morto nel 2006, novantatreenne, all’attivo una dozzina di romanzi (i più fortunati Rosso veneziano, 1959, e Il ponte dell’Accademia, 1968), Pasinetti è stato «di casa» in almeno due città: la sua Venezia e Los Angeles, insegnandovi, alla Ucla, per più di sette lustri. E proprio Los Angeles ha affidato a Venezia varie carte di lui, incluse quelle del libro che esce oggi, introdotto e curato da Silvana Tamiozzo Goldmann: Fate partire le immagini (Antenore, pagg. XXVIII-109, euro 16). «Immagini» di una autobiografia che, avviatasi da frammenti memoriali della puerizia (Caporetto e i suoi contraccolpi) legati alle figure dei genitori e dei nonni (quello materno, Guglielmo Ciardi, pittore celebre, trasmise i segreti del mestiere alla figlia Emma), esibisce peraltro, fino all’ultima pagina, una straordinaria libertà di movimento. La cronologia lineare s’interrompe, vi si schiudono larghe parentesi, ora rivolte all’indietro ora sbilanciate in avanti, di materia troppo succosa perché se ne possa tacere.
«Rientro in zona...», «Qui m’accorgo di essermi perso di vista...»: formule del genere, reiterate, segnalano la scioltezza della fantasia di un uomo che ogni tanto cerca pur di convincersi: «Io devo sempre tener presente che sono molto anziano e ho nella memoria immagini di tempi e di fatti davvero lontanissimi». Tempi, fatti; e personaggi. Aneddoti ricavati dal terreno familiare e delle amicizie; figure pubbliche alcune (il presidente irlandese Eamon De Valera, Mario Praz, Enrico Fermi...), molte altre non pervenute alla fama. Lungo il processo «educativo» di Pier Maria si sorride volentieri: il «comico» nasce con le più remote risonanze del dialetto natìo e prosegue, faccio un esempio, nell’inquadratura delle gondole, verniciate apposta in grigio, che trasportano i gerarchi fascisti sul Canal Grande.
Veri, più che verosimili, i ritratti dei professori, sia del liceo sia dell’università (a Padova spiccano Marchesi, Valgimigli, i docenti-poeti Bertacchi e Valeri); avventurosi i giovanili viaggi oltreconfine (in Inghilterra ma non solo), gremiti di apparizioni, di episodî che Pasinetti alleggerisce con improvvisi mutamenti di campo e di attori, quasi voli pindarici che dal tronco ci spingono verso le radici o verso le foglie. Trovano il giusto riscontro i film visti, i romanzi letti. Su Thomas Mann, sulla «contropartita» che La montagna incantata intendeva essere rispetto a La morte a Venezia, Pasinetti ha riflessioni acute, irrituali. Ma tutto è irrituale, in questo libro, un po’ come lo fu, ai suoi occhi di ventenne, la prima immagine ricevuta di Oxford: «città universitaria world famous ma che per me, per ora, vuol dire un piazzale mal illuminato e semideserto».