Bacon, trasportò nell'arte tutto l'orrore del nostro tempo

Nella grande antologia milanese a Palazzo Reale, l'essenza della sensibilità deformante e terribile del pittore irlandese

Milano - C’è un aneddoto, anzi una dichiarazione, che può aiutare più di altre a comprendere la sensibilità di Francis Bacon e i modi del suo sguardo. Una volta l’artista si trovava a Santa Croce, a Firenze, davanti alla Crocifissione di Cimabue, uno dei vertici della pittura occidentale. Si tratta, per chi non la ricordasse, di quella figura di Cristo che non è appesa verticalmente alla croce, ma compone un arco di sublime bellezza. Il cerchio è sempre stato, lungo i secoli, il simbolo della perfezione. Cimabue vuole alludere, dunque, alla divinità di Cristo. Bacon, per tornare a lui, ha invece l’impressione di vedere un corpo vermiforme che striscia e scivola dal legno. In lui, sia chiaro, non c’è nessun intento blasfemo. Solo che vede l’opera in questo modo.

L’abbiamo presa un po’ alla lontana per parlare della mostra antologica del maestro inglese che si è aperta a Milano, a Palazzo Reale. Ma a noi questo aneddoto è sempre sembrato un indizio di quella sua particolare sensibilità che, soprattutto agli esordi, quando era autentica e quasi inconsapevole (non vogliamo dire che poi Bacon non sia stato autentico, ma non escludiamo che lungo gli anni sia intervenuto in lui un certo qual «essere compreso nella parte», che ha reso un po’ voluti i suoi esiti), era così: una sensibilità scorticata, deformante, terribile.

Bacon è stato uno dei maggiori espressionisti del Ventesimo secolo. La sua arte può non piacere (e deve guardarsi da certi maldestri ammiratori o seguaci, che trovano carino il tremendo), ma se il Novecento sarà ricordato per aver introdotto, in quelle che un tempo si chiamavano belle arti, il brutto, l’orrido, il negativo, Bacon sarà indicato come uno degli emblemi di quel secolo. Che è poi il nostro.

In lui la figura appare come una massa di visceri, una carne senza scheletro e senza forma. Lo dimostra con evidenza l’antologica milanese, curata da Rudy Chiappini, cui si deve anche un eccellente saggio in catalogo (Skira), e composta da una sessantina di opere, oltre a un nucleo di disegni inediti e ad altrettanto inedite, e rivelatrici, fotografie del suo studio. Il percorso espositivo muove dagli esordi tardo cubisti dell’artista, alla fine degli anni Venti, e lo accompagna al 1988, quattro anni prima della morte, attraverso le opere del dopoguerra, quando Bacon inizia a dipingere quelle bocche urlanti senza corpo (splendidi lo Studio di figura del 1945 e la serie dei ritratti degli anni Cinquanta) che sono la sua cifra più riconoscibile. Da quel momento le sue immagini appaiono spesso inscritte in una gabbia geometrica. È un espediente stilistico che l’artista adotta per delimitare e quasi bloccare la massa molle delle carni, ma suggerisce con forza un’idea di recinzione, di prigionia.

Nel 1945 Bacon ha trentasei anni. Era nato a Dublino nel 1909 da una ricca famiglia inglese, e aveva trascorso un’adolescenza drammatica, tormentata dalla malattia (una grave forma d’asma che lo affliggerà tutta la vita e viene curata con massicce dosi di morfina); dal conflitto col padre violento e collerico; dal manifestarsi di un’omosessualità che porta la famiglia a cacciarlo di casa, quando non ha ancora diciassette anni. La sua formazione avviene a Berlino, dove si reca nel 1927 e vede tra l’altro La corazzata Potëmkin di Ejzenstejn, che lo influenza indelebilmente con le sue scene di dolore.

Ma una suggestione altrettanto forte esercita su di lui il successivo soggiorno a Parigi, dove conosce il cubismo e il surrealismo, e vede La strage degli innocenti di Poussin, un’opera che definisce «il grido più forte della pittura». Bacon inizia così un ininterrotto dialogo col Seicento, che ha in Velázquez il suo interlocutore privilegiato, e si mescola a quello, ugualmente fecondo, con la fotografia ottocentesca di Muybridge, di cui ammira e stravolge le sequenze dinamiche.

limiti dell’arte di Bacon, del resto, sono i limiti stessi dell’espressionismo. Ma nelle sue opere più felici (per quanto improprio possa essere l’aggettivo) è capace di andare oltre quei limiti e trovare un doloroso splendore. Ci spieghiamo meglio: una volta D’Annunzio, in una dedica al suo medico, si firmò «dottore di piaghe, dottore di stelle». È una definizione precisa, non della sua arte, ma dell’arte. Ora, Bacon è un «dottore di piaghe» e basta. Ma a volte tocca anche lui, e tocca anche a lui, qualche stella. E non importa se è una stella cadente.

LA MOSTRA
«Bacon». Milano, Palazzo Reale, piazza del Duomo 12. Fino al 29 giugno. Info: 02-80509362.