Bagdad, la guerra dell’impiegato Mohaned

L’amicizia fra un giornalista italiano e un cittadino iracheno nel libro-testimonianza di Sergio Ramazzotti

La guerra vista da vicino, vissuta giorno per giorno, in un quotidiano che esige presenza di spirito e coraggio, ma anche controllo sulla paura. «Il segreto è non pensare amico mio, in queste condizioni se pensi troppo finisci per impazzire». Sono le parole di un protagonista di Tre ore all’alba - Il sole a Baghdad non sorge mai (De Agostini, pagg. 318, euro 16,50), una storia vera raccontata con il linguaggio diretto (o meglio, quasi «parlato») di Sergio Ramazzotti, giornalista e scrittore milanese quarantenne, autore di numerosi reportage apparsi su diverse testate. Tutto si svolge a Bagdad con rapide incursioni in Italia e in Occidente. Immagini che abbiamo visto già in televisione e che ora l’autore ripropone su carta con il tipico sguardo disincantato ma anche partecipe di chi ha vissuto la realtà in diretta: dalle descrizioni che ci rimandano i fotogrammi di una città sventrata, alle strade punteggiate di cadaveri, per finire con le descrizioni degli americani insediati al Palestine, l’ormai noto albergo-quartier generale riservato anche ai giornalisti di tutto il mondo («le camere erano troppo poche per tutti gli inviati giunti in città, con il risultato che la maggior parte, con l’eccezione delle solite star del giornalismo, erano occupate da almeno cinque persone che dormivano sul pavimento, mangiavano sulle scrivanie e intasavano regolarmente i cessi dove l’acqua andava e veniva a singhiozzo»).
Il libro è la storia di una guerra ma anche di un’amicizia fra l’io narrante (Ramazzotti) e Mohaned, un impiegato dall’indole pacifica, costretto suo malgrado ad assistere a tutte le atrocità possibili e al naufragio del suo Paese immerso nel caos e nell’anarchia. Mohaned è un uomo abituato a una vita di routine e di colpo - e come lui molti altri - si trova proiettato in un mondo da incubo che di volta in volta lo destabilizza e lo costringe ad assumere sembianze sempre diverse. Passa così senza soluzione di continuità dal ruolo di vittima a quella di potenziale aguzzino armato di kalashnikov per sopravvivere all’inferno iracheno; circostanze che lo portano vicino all’autodistruzione ma che rivelano anche l’inaspettata capacità di slanci e di sensibilità della sua persona. In un turbine di emozioni e di domande esistenziali - «Quante volte si può morire? Quante rinascere? E quante cambiare al punto da essere irriconoscibili anche ai propri cari?» - il libro di Ramazzotti è in realtà un perfetto ritratto della natura umana calata in situazioni estreme. Tolta la maschera, l’individuo si rivela per quello che è con le sue contraddizioni, le urgenze e gli spaventi: l’attaccamento alla vita prima di tutto ma anche la salvaguardia del proprio simile che, anche se nemico, diventa o può diventare uno specchio in cui riflettersi e riconoscersi. Una storia moderna e attuale dunque, di due uomini appartenenti a mondi e a culture diversi, che alla fine intrecciano un solido legame al di sopra di tutto. Anche della guerra e di tutto quello che ne consegue.
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