Bali, rivolta delle danzatrici contro gli integralisti islamici

Sull’isola indonesiana in migliaia protestano per la legge che punirà balli e vesti non rispettosi del Corano. La regione, l'unica a maggioranza indù, teme per turismo e tradizioni

di Marta Allevato

Sulle spiagge di Bali ci si prepara a dire addio al bikini e alle suggestive danze tradizionali delle ballerine ricoperte di veli colorati. Tutto quello che nell’immaginario collettivo evoca la famosa isola indonesiana potrebbe diventare illegale, se la prossima settimana verrà approvata in Parlamento la controversa legge anti-pornografia. Il testo, promosso dai partiti estremisti, punisce gli atti giudicati «lascivi» dall’islam. Nel mirino non solo materiale cartaceo, video e testi, ma anche i comportamenti dei cittadini che «incoraggiano i desideri sessuali». Il timore è che le prime vittime del provvedimento saranno i diritti delle donne e la tradizionale pluralità della società indonesiana, sancita addirittura nella Costituzione. Società civile e religioni di minoranza sono sul piede di guerra e denunciano il vero obiettivo perseguito dagli integralisti: l’introduzione della sharia nel Paese musulmano più popoloso del mondo.
Due giorni fa a Denpasar, capoluogo della provincia di Bali, più di cinquemila cittadini, fra cui artisti e intellettuali, hanno occupato il parlamento locale in segno di protesta. L’isola paradiso del turismo è l’unica a maggioranza induista in tutto l’arcipelago. Per l’occasione, alcune donne hanno indossato il costume tradizionale, quasi trasparente, che lasciava immaginare le forme del corpo per affermare che, se il progetto di legge verrà approvato, saranno suscettibili di oltraggio alla «moralità della comunità».
È proprio allo scopo di «moralizzare i costumi» che nel 2006 l’islamico Prosperous Justice Party (Pks) lancia la sua battaglia contro la pornografia. Si susseguono per settimane manifestazioni con roghi della rivista Playboy, «emblema di depravazione». Ma l’iter legislativo si arena presto. Le spinte delle frange fondamentaliste da una parte e le critiche dell’opinione pubblica dall’altra, mettono alle strette il governo del presidente Susilo Bambang Yudhoyono, che deve rendere conto anche agli Usa di cui è alleato chiave contro il terrorismo nella regione. La situazione è ancora delicata: nel 2009 si tengono le elezioni generali e non ci si può permettere di inimicarsi l’elettorato. In tre anni il documento subisce diverse modifiche di facciata fino al testo che verrà votato il 23 settembre.
Il mondo politico è diviso: da una parte i nazionalisti, i partiti di ispirazione cristiana e i democratici denunciano il pericolo di un testo che, impone valori islamici alle minoranze non musulmane, spaccando la nazione, un «mosaico» di etnie dalle abitudini molto diverse distribuite su 6.000 isole. Dall’altra vi sono il Golkar (partito di maggioranza) e le tre formazioni di ispirazione islamica: lo United Development Party (Ppp), lo Star Reform Party (Pbr) e il Pks appunto. Quest’ultimo ha presentato l’introduzione della legge come un «regalo» per i musulmani in occasione del mese sacro di Ramadan.
Dietro l’angolo si nasconde lo spettro di scontri sociali. L’anti-porn bill finirebbe per censurare manifestazioni e tradizioni ben radicate in alcune zone dell’Indonesia. Nell’isola di Papua è comune indossare un piccolo pantaloncino che copre le parti intime, mentre le donne hanno il petto scoperto. Il gruppo tribale degli Asmat è caratteristico per le sue statue che mostrano nudità, un elemento tipico del loro bagaglio culturale. L’arcipelago è stato già teatro di sanguinose violenze a sfondo confessionale e di gravi attacchi terroristici. Come le bombe del 2002 a Bali, 202 morti. Proprio a quella strage sembra riferirsi, con chiaro intento intimidatorio, Fauzan Al Anshori - tra i leader sostenitori della legge - quando, parlando del voto in Parlamento, dice alla stampa: «E se facessimo saltare tutto?».