Ballata del vecchio poeta senza Nobel

Una storia (ambientata in Italia ma inedita da noi) di John Cheever.
Rifugiatosi in un paesino del Lazio per sfuggire agli ammiratori, Asa
Bascomb sogna il premio più ambìto. E lotta contro l’idea del suicidio

John Cheever

Asa Bascomb, il vecchio poeta laureato, vagava per il suo laboratorio o studio - non era mai stato in grado di dare un nome a un posto dove si scrivono poesie - schiacciando calabroni con una copia della Stampa e chiedendosi perché non gli era mai stato assegnato il Nobel. Aveva ricevuto quasi tutti gli altri segni di rinomanza. In un baule all’angolo c’erano medaglie, menzioni d’onore, ghirlande, fasce, nastri e distintivi. La stufa che riscaldava lo studio gli era stata donata dal Pen Club di Oslo, la scrivania era un regalo dell’Unione scrittori di Kiev, e lo studio stesso era stato costruito da un’associazione internazionale di suoi ammiratori. Quando gli erano state consegnate le chiavi, sia il presidente americano sia il presidente italiano gli avevano mandato un telegramma di congratulazioni. Ma perché non il Nobel?

Spaf, spaf, altri due colpi di giornale. Lo studio era un casolare con travi a vista e una grande finestra a nord che si affacciava sugli Abruzzi. Avrebbe preferito uno studio molto più piccolo con finestre più piccole, ma nessuno si era preso la briga di interpellarlo. Sembrava esserci un certo contrasto tra l’altitudine delle montagne e la disciplina dei versi. Al tempo di cui parlo Bascomb aveva ottantadue anni, e viveva in una villa proprio a ridosso di Monte Carbone, un paesino collinare a sud di Roma.

C’era una specie di precisione lineare nelle sue opere che avrebbe potuto far pensare a quella di Cézanne, ma la visione dietro i quadri di Cézanne era ben diversa. Quest’errata comparazione potrebbe essere nata a causa del titolo del suo libro più famoso, Il mondo delle mele, una raccolta di poesie in cui i suoi ammiratori avevano trovato l’acredine, la diversità, il colore e la nostalgia delle mele del New England del nord, posto che Bascomb non vedeva ormai da una quarantina d’anni.

Perché lui - provinciale e famoso per la sua semplicità - aveva lasciato il Vermont per l’Italia? L’aveva forse deciso la sua amata Amelia, morta da una decina d’anni? In effetti era stata lei a prendere molte delle decisioni più importanti. Lui, figlio di contadini, era davvero così ingenuo da credere che vivere all’estero avrebbe potuto portare un po’ di colore alla severità delle sue origini? O era stata semplicemente una scelta di ordine pratico per fuggire dall’attenzione del pubblico che, nel suo paese, era diventata fastidiosa? I suoi ammiratori l’avevano scovato pure a Monte Carbone e quasi ogni giorno lo andavano a trovare, anche se non erano poi così tanti. Una o due volte l’anno - di solito il giorno del suo compleanno - veniva fotografato per Match o Epoca, ma tutto sommato poteva condurre una vita più tranquilla di quanto gli sarebbe stato possibile negli Stati Uniti. L’ultima volta che ci era tornato, mentre passeggiava per la Quinta avenue, era stato fermato da alcuni sconosciuti che gli avevano chiesto l’autografo. Per le strade di Roma, invece, non lo riconosceva nessuno e a nessuno interessava chi fosse. Era questo ciò che voleva.

Dei quattro poeti ai quali Bascomb era di solito accomunato uno si era sparato, uno si era suicidato affogandosi, un altro si era impiccato e il quarto era morto di delirium tremens. Bascomb li aveva conosciuti di persona, aveva voluto loro bene, due li aveva assistiti durante la malattia, ma si era sempre ribellato con forza alla diffusa implicazione secondo cui lui che aveva scelto di scrivere poesie aveva scelto di autodistruggersi. Conosceva le tentazioni del suicidio, conosceva le tentazioni di ogni altra forma di peccaminosità e per questo aveva evitato di tenere nella villa qualsiasi arma da fuoco, corde di lunghezza appropriata, veleni e sonniferi. Aveva percepito in Z - il più caro dei quattro - un legame inalienabile tra la prodigiosa immaginazione e il prodigioso talento per l’autodistruzione ma, con il suo modo di fare agreste e testardo, Bascomb si era deciso a spezzare o a ignorare questo legame, a ribaltare i miti di Marsia e Orfeo. La poesia conferiva una gloria duratura, e lui aveva deciso che l’ultimo atto della vita di un poeta non dovesse compiersi - come era successo a Z - in una stanza sporca con ventitré bottiglie di gin vuote. Dal momento che non poteva negare la connessione tra splendore artistico e tragedia, sembrava che avesse deciso di distruggere a randellate proprio questa connessione.