Baltrusaitis, la precisione dell’arte

Un classico sul mostruoso e il fantastico nella civiltà medievale

Il genio di Jurgis Baltrusaitis (1903-88) si potrebbe definire capacità di vedere oltre le forme dell’arte. Baltrusaitis si atteneva al suo ambito di ricerca, eppure sapeva aprire ai sensi la bellezza profonda di forme d’arte talora incomprese. Amava l’arte medievale e ne ha chiarito i sofisticati meccanismi in opere straordinarie come Il medioevo fantastico. Oggi esce un altro suo grande libro: Formazioni, deformazioni. La stilistica ornamentale nella scultura romanica (Adelphi, pagg. 296, euro 32), apparso per la prima volta nel 1931 come studio complementare dell’Arte degli scultori romanici di Henri Focillon. Il testo in seguito fu ripreso e completato alla luce di nuove scoperte. Lo studio dell’arte romanica, del resto, è piuttosto recente, poiché fino all’800 il pregiudizio classico, che misurava ogni forma artistica con il metro umanistico, convinse molti a considerare ingenue le sue espressioni.
Espressioni, certo; o meglio espressionismo, come afferma lo stesso Baltrusaitis in questa ricerca, in cui ogni capitello, ogni decoro scolpito su quei testimoni del pensiero teologico che sono le cattedrali romaniche, racconta un’intera civiltà, spesso invocata per riportare alla memoria roghi, oscurantismo, ignoranza ma che seppe erigere monumenti che non conoscono l’usura del tempo. D’altra parte, quando furono costruiti, echeggiavano le parole di San Bernardo di Chiaravalle: «Non passa col tempo ciò che oltrepassa il tempo». In molte città dell’Italia settentrionale, nel cuore della Francia, della Spagna o della Germania, le cattedrali romaniche raccontano una storia scritta nella convinzione che essa non avrebbe avuto fine. Dunque redatta sul marmo, con i mezzi dell’arte che più di ogni altra ha saputo rappresentare il potere politico e simbolico di una civiltà: l’architettura. Baltrusaitis scrive che tutto, in queste chiese - dai capitelli all’abside, dalle misure dei pilastri e delle campate ai personaggi scolpiti sulle facciate - è inscritto in un progetto di assoluta precisione. Nella chiesa romanica l’essere umano, così come gli animali, sia reali sia immaginari, sono piegati a una volontà superiore. San Bernardo nel De Consideratione aggiungeva: «Chi è Dio? La gloria degli umili, ma anche la pena dei perversi». Si potrebbe pensare a queste parole, osservando i capitelli più “fantasiosi” in cui i dannati si dimenano cercando di sfuggire alla persecuzione, dunque alla forma conchiusa. Le fantasmagorie fatte di animali fantastici: basilischi, sirene, mostri; oppure di natività gloriose, con Madonne dai volti dolcissimi, e ancora il Salvatore assiso in trono, sulla facciata, nella mandorla, possono essere commentate dalla lettura dei passi di Ildegarda di Bingen, incantevole nella sua visionarietà profetica: «La forma del mondo esiste immersa senza oblio nella scienza del vero amore ch’è Dio».
La scienza dell’amore di Dio: è un’ottima definizione dell’architettura romanica, della quale Baltrusaitis indaga gli aspetti più particolari, legati ai decori architettonici. Egli spiega come ogni cosa, in questi ornamenti, sia rinchiusa tra l’orrore del vuoto e l’attrazione per la cornice: ogni racconto colma la scena fino a traboccare, in un eccesso parossistico della forma che sconfina nella teatralità. Il passato, mitico o reale, è riscritto passo per passo, in una rilettura della storia ispirata alla rivelazione e al mistero della trinità.
L’intera natura e l’essere umano sono trasfigurati in quello che Baltrusaitis definisce un processo di trasformazione continua. Del resto la cattedrale romanica è una monumentale croce scolpita, con mille racconti che trovano un senso nella storia tra le storie, ossia i Vangeli.