Un Balzac sul Lago Maggiore

Si formò stilando verbali come cancelliere di varie preture. Con «Il piatto piange» l’inizio dell’intensa carriera letteraria

Era difficile vedere Piero Chiara che non sorridesse di quel suo sorriso speciale. Anche a coglierlo in un momento privato di seria attenzione, nella sua espressione vagamente grifagna e gufesca c’era qualcosa che faceva pensare solo alla saggia civetta delle favole e dei cartoni animati, quella che ammicca bonaria a chi l’interpella, che sta appollaiata tranquillamente sul ramo e sa tante storie del mondo.
Piero Chiara sapeva molte storie del mondo, storie per lo più luinesi e paesane eppure universali, di famiglie e tradimenti, di solitudini e desideri, di maldicenze e lettere anonime, di tresche e frustrazioni, di zitellaggini e ambizioni, di miserie vinte e di smacchi della fortuna: i casi della vita, dunque, di cui tutti noi conosciamo tanti esempi senza curarci d’individuare le pieghe riposte o di leggervi all’interno il tessuto dei nessi più segreti, e che molti scrittori cercano di rappresentare, pochi dei quali riuscendovi con la stessa spontaneità di Chiara. Per lui, raccontare era cosa naturale come si beve un bicchiere d’acqua. Non che fosse facile, perché occorreva tradurre sulla pagina ciò che istintivamente l’occhio e l’orecchio, e poi l’immaginazione, l’indagine, l’elaborazione paradigmatica, dovevano, armonizzandosi, comporre in un tutto tondo. Ma certo questo processo creativo del raccontare sembrava fosse per Chiara come, nel corpo umano, si produce la respirazione, che segue un meccanismo complesso della muscolatura involontaria.
Da questo punto di vista, si può dire che Chiara abbia cominciato a respirare a pieni polmoni a quasi cinquant’anni, nel 1962, quando, con Il piatto piange, egli cominciò la serie dei suoi fortunati études de moeurs, delle sue popolari storie di costume locale, come se egli fosse stato un piccolo Balzac del Lago Maggiore che ha il gusto di raccontare con ironia, qua e là corrosiva, delle vicende e dei casi umani. Sempre, questi casi umani sembrano rammentarci che nessuno, se visto da vicino, è davvero normale e, soprattutto, che nessuno è del tutto innocente. Il mestiere che Piero Chiara aveva fatto per molti anni era stato forse una palestra in cui la sua indole fabulatoria, vorremmo dire il suo umanesimo, trovò spunti e sollecitazioni. A diciannove anni, dopo brevi studi sgangherati e giustamente interrotti, dopo forse «astratti furori», per dirla alla Vittorini, quando cercò di fare il pugile, poi il fotografo, e dopo che, ottenuto dal padre il permesso di emigrare in Francia, per qualche tempo, a Nizza, era stato esattore di affitti di certe case popolari, a diciannove anni, dunque, su sollecitazione paterna, s’iscrisse a un concorso per funzionario dell’amministrazione della Giustizia, nel ruolo di «aiutante volontario di cancelleria».
Fu un momento importante, di quelli che la fortuna provvede a mascherare da normale rotolamento dell’esistenza, fatta di accomodazioni, di passaggi apparentemente estranei, divergenti, casuali. Ma chissà cosa può aver rappresentato per Chiara, per la sua curiosità umana, per la sua fame erotica di vita, l’esperienza di cancelleria giudiziaria, all’inizio (1933) presso la pretura di Pontebba, in Alta Carnia, poi a Idussina, nella Slovenia occidentale allora compresa nel Regno d’Italia, e poi nella più accogliente Cividale, e infine a Varese. Qui, dopo gli anni drammatici e convulsi della guerra, durante i quali era divenuto un ricercato per le invettive antifasciste e l’ideologia cattolico-liberale fuggendo in Svizzera, «ospite» in tutta una serie di campi di raccolta, nel ’47, reintegrato nell’amministrazione giudiziaria, Chiara ricominciò a compilare verbali che sembravano un inventario dei vizi, delle debolezze e mistificazioni umane, un regesto dei torti e dei delitti che l’uomo è capace di perpetrare. E si calcola che quando andò in pensione, nel dicembre 1957, con la qualifica di cancelliere di seconda classe, egli avesse lasciato almeno trentamila pagine di verbali scritti di suo pugno.
Come accade nella misteriosa chimica dell’amore tra due persone, quest’attività, questo mestiere, s’era sempre combinato, fin dal Chiara ragazzo, con l’indole letteraria. Altrimenti, cosa gli avrebbe importato, mentre era a Cividale, mandare raccontini al Gazzettino di Venezia, o chiudersi alla Marciana a leggere estasiato i memoires di Casanova? «La mia attività di studio è cominciata a 23 anni», sono parole sue, forse perché solo da grandi si legge e studia sul serio. La vastità dei suoi interessi era enorme: scrive su giornali locali di mostre e di monumenti, racconti ispirati a leggende lombarde, partecipa a piccoli premi letterari; in Svizzera, tra un campo di lavoro e l’altro, scrive poesie, e poi Incantavi, una raccolta di ricordi, paesaggi e affetti, e nel febbraio 1945 è chiamato a sostituire Giancarlo Vigorelli alla cattedra di Italiano all’istituto Montana di Zugerberg, perché evidentemente in Svizzera si può.
Dopo la guerra, i suoi contatti e rapporti s’intensificano e chiariscono, scrive su diverse riviste, cresce l’amicizia con Vittorio Sereni, conosce Bacchelli, Buzzati, Calvino, Gadda. Non è uno sconosciuto al mondo delle lettere quando lascia il mestiere di cancelliere. Ma resta al contempo quello che al caffè, sul lago, ascolta con l’orecchio lungo, tra i colpi delle boccette, gli spezzoni di una conversazione interessante al tavolo vicino, e quando nel ’60 vince il premio Rustichello per un elzeviro e il presidente Gronchi gli regala una penna d’oro, lui la dimenticherà presto al caffè, dove gli serviva per segnare i punti a scopa d’assi. Nel 1962, esce, nella collana «Tornasole» della Mondadori, diretta da Sereni e Niccolò Gallo, Il piatto piange, e Carlo Bo scrive: «Il lettore troverà finalmente un mondo di paese che non sa di letteratura, avrà da leggere senza un attimo di stanchezza e, cosa che non succede quasi mai, arrivato alla fine, sarà preso da un senso di sincero rammarico».
Verranno poi, per nominare alcuni dei suoi romanzi migliori, La spartizione, I giovedì della signora Giulia, Il pretore di Cuvio, La stanza del Vescovo, Il cappotto di Astrakan, che Sereni preferiva su tutti. Ma questa è già storia della letteratura, ancorché popolare.