La Bangkok italiana con il tocco magico dei nostri artisti

Hanno lasciato il segno ovunque: dalla pittura all'ingegneria Il fiorentino Feroci è ormai il «padre» dell'arte moderna thailandese

Bangkok

Bangkok ti viene addosso come un treno in corsa. Capitale della Thailandia, oltre otto milioni di abitanti, perennemente afflitta da un traffico caotico anche se non molto peggiore di quello della nostra capitale è un miscuglio profondamente affascinante e apparentemente casuale di stili e architetture, alto e basso, miseria e nobiltà. Il clima è tropicale, ai piedi del nuovissimo grattacielo in vetro e acciaio o dell'albergo della grande catena internazionale è possibile trovare casupole del tutto simili a quelle di campagna, aperte sulla strada dove gli abitanti di fatto vivono e lavorano.

Nei mercati, come quello di Khao San Road, i venditori di street food sfidano il turista ad assaggiare scorpioni e larve saltate in padella, ma c'è anche lo street food stellato della mitica madame Jay Fai. La gente del luogo è afflitta da un insolito ma assai piacevole e sempre più raro tratto del carattere: la gentilezza e la cortesia.

Al netto di tecnologia all'avanguardia e metropolitana e Skytrain sembra di essere in un altro mondo, immersi nell'Oriente da cartolina dei templi dorati con guglie e pagode. E invece no. Scopriamo che Bangkok è tra le più italiane città del mondo. E non per legami coloniali evidentemente: peraltro la Thailandia è l'unico Paese dell'Indocina ad essere stato faticosamente e con qualche compromesso sempre indipendente.

In realtà Bangkok porta in sé un pezzo di Italia, letteralmente nei marmi di Carrara importati qui direttamente per costruire templi e palazzi - e stilisticamente, grazie a una ventina di artisti e architetti che tra Otto e Novecento vennero qui a lavorare.

Motore di tutto ciò fu re Rama IV, salito al trono nel 1851 con due obiettivi: mantenere il Paese allora chiamato Siam - indipendente dalle potenze coloniali che lo circondavano e modernizzarlo. Forse per sganciarsi anche idealmente dagli ingombranti vicini britannici a ovest e francesi a est oltre che per l'indubbio prestigio di cui godevano l'arte e l'architettura italiane, per primo chiamò degli artisti del nostro Paese a rinnovare la capitale: architetti, scultori, pittori, ebanisti, ingegneri. Una pratica continuata dai successori Rama V e VI, che ricostruirono la capitale con nuovi palazzi, canali e ponti, avvalendosi anche di «firme» danesi e olandesi, tedesche e polacche, spagnole, portoghesi, francesi e britanniche. Un'indipendenza di scelta che ha portato a quell'eclettismo che distingue ancora oggi l'architettura di Bangkok dalle capitali vicine: la «francese» Hanoi e la «britannica» Yangon.

Oggi siamo arrivati a Rama X, salito al trono ufficialmente con la suggestiva cerimonia delle chiatte reali lo scorso 12 dicembre e i cui ritratti svettano letteralmente a ogni angolo di strada, nelle hall degli alberghi, nei mercati e centri commerciali.

E c'è ancora un «cammino italiano» che è possibile percorrere, intessuto tra palazzi reali e monumenti governativi ma anche in alcuni tra i templi buddisti più belli.

Tra i primi ad arrivare a Bangkok a fine Ottocento fu Joachim Grassi. Nato a Capodistria nel 1837 nell'impero asburgico arrivò nel 1868 sotto il regno di Rama V, che gli conferì il titolo di «pioniere dell'architettura europea», e trascorse 23 anni in Siam, lasciando la sua firma su una trentina di edifici, molti dei quali andati distrutti. Oggi il suo stile saldamente neoclassico, che richiama le ville palladiane, si può vedere nel ministero della Difesa, il più grande edificio in stile europeo della città, nella Dogana che diventerà un hotel di lusso e nel Wat (tempio) Niwet in stile neogotico.

La «magica coppia» dell'Italian Style, gli architetti Mario Tamagno e Annibale Rigotti, è dietro al Palazzo del Governo la cui facciata ricorda Ca' d'oro a Venezia e a quell'inno all'italianità che è la sala del trono dell'Ananta Samakhom, parte del Palazzo Dusit. Costruito con marmo di Carrara contiene dipinti di Galileo Chini e Carlo Rigoli e statue di Vittorio Novi e Rodolfo Nolli. Oggi vi si tengono mostre.

Tamagno firmò anche il Museo del Siam, un buon posto per partire alla scoperta della storia della Thailandia, la torre cinese dell'orologio del parco Lumpini e il Pilhaya Thai Palace. Nella città di canali e ponti due sono dell'italiano Carlo Allegri: il Phan Fa Leela bridge e il ponte del pianto, con bassorilievi di Vittorio Novi, in stile romano.

Dall'esterno non si direbbe mai ma che c'è mano italiana nel Wat Ratchathiwas, antico tempio buddista in un bel parco dove trovare rinfresco. All'interno ci sono gli affreschi di Carlo Rigoli, tecnica non usata in Thailandia, che raffigurano storie del Buddda. Il sontuoso Wat Ratchabophit Dusitvanaram e il Wat Ratchabophit Sathitmahasimaram sono costruiti con marmo di Carrara.

Caso emblematico è la storia di Corrado Feroci. Fiorentino, arrivò in Thailandia nel 1924 come medaglista e vi restò fino alla morte nel 1962. È riconosciuto come il padre dell'arte moderna thailandese, avendo fondato nel 1943 una scuola d'arte che sarebbe poi diventata la Silpakorn University. È noto in Thailandia come Silpa Bhirasri, nome che prese, insieme alla nazionalità thailandese, nel 1943 dopo l'armistizio dell'8 settembre. Un «piccolo» pegno che gli permise di essere liberato dalla prigione dove l'avevano confinato in quanto italiano i giapponesi, che occupavano de facto il Paese.

La casa coloniale gialla dove Feroci risiedette per un decennio oggi è visitabile, si trova un suo busto e vengono organizzate mostre d'arte e fotografia. Al piano terreno una deliziosa caffetteria attira turisti e giovani del posto con la sua specialità, caffè con ghiaccio e lemongrass. I pavimenti in mogano, le finestre a bifore e le foto di famiglia di Feroci-Bhirasri in bianco e nero appese alle pareti danno un piacevole senso si spaesamento e insieme la sensazione di essere a casa. Anche questa, in fondo, è Bangkok.