Barack Obama? È diventato il leader dei «sì nuke»

Barack Obama ha deciso di tornare al nucleare, disponendo una ricca cifra per la costruzione di due impianti, i primi di una serie. Il nucleare è la nostra più grande fonte di energia, ha detto. E adesso come si mettono i sinceri democratici? È l’oracolo a parlare. E come si mettono gli ambientalisti con il loro riscaldamento globale? Caro Granzotto, diciamoci la verità: abbiamo vinto un’altra battaglia!
e-mail

Grande Obama. Grandissimo. Non solo conduce una guerra coi controfiocchi in Afghanistan; non solo rispedisce a Guantanamo un terrorista che il tribunale ordinario aveva assolto; non solo ha dichiarato che in Irak l’America (quella di Bush) ha fatto un ottimo lavoro ch’egli intende portare a termine nei tempi stabiliti (da Bush); non solo irride l’ambientalismo isterico e catastrofista facendo fallire il summit ecologico di Copenaghen. Facendo seguire la beffa al danno se ne esce addirittura con uno spettacolare: ah sì, dobbiamo far qualcosa per tamponare il surriscaldamento del pianeta? Benissimo, ubbidisco. E siccome l’eolico, il solare e tutte le fonti di energia alternativa politicamente corrette sono solo simpatici giocherelli, dopo una trentina d’anni di «no nuke» fricchettone, pacifista e tremendamente radical-chic, dà il via a un piano per la costruzione di nuove centrali nucleari. Perché quella «è la strada per soddisfare il crescente fabbisogno e prevenire il cambiamento climatico», tiè. Che goduria, caro Bertani, che goduria! Pensi agli Al Gore, pensi ai nostri «sinceri democratici» ovviamente antinuclearisti: secchi ci sono rimasti. Il loro idolo, la loro guida spirituale, il Presidente di tutto il mondo, qual era e forse ancora qual è per Concita De Gregorio, direttora dell’Unità, che ti va a rompere le uova nei panieri pacifisti e antinucleari.
E della scelta dei tempi, che cosa ne dice, caro Bertani? Se aspettava un altro po’, con tutto l’ambaradan sul riscaldamento globale che sta andando a farsi benedire Obama non avrebbe potuto approfittare del pretesto ambientalista per la sua apertura al nucleare. Perché non è più solo questione di climategate, la pubblicazione delle mail che i maghi del global warming si scambiavano per concordare il taroccamento dei dati («scientifici») sul clima. È lo stesso presidente dell’agenzia dell’Onu che studia il sedicente fenomeno del surriscaldamento planetario, il molto onorevole premio Nobel Rajendra Pachauri, ad aver dovuto ammettere che il rapporto da lui firmato - e che costituì la pezza d’appoggio del Protocollo di Kyoto - contiene non poche clamorose panzane. Come quella, mica da ridere, che da qui al 2035 dei ghiacciai dell’Himalaya, la riserva d’acqua potabile del continente indiano, non sarebbe rimasto un cubetto. Previsione («scientifica») tratta da un articolo pubblicato su una rivista che tratta d’argomenti turistici. Al mea culpa di Pachauri ha fatto seguito quello del professor Phil Jones, direttore del Cru, il centro di ricerche sul clima e papà della teoria del riscaldamento globale causato dall’uomo. Incalzato da colleghi poco creduloni che gli chiedevano di tirar fuori l’hockey stick, il modulo matematico da lui inventato per determinare l’andamento delle temperature, Jones non ha trovato di meglio che allargare le braccia e balbettare: «Devo averlo perduto perché non lo trovo più». Prima di venir sommerso dalle pernacchie ha però ammesso che la storia del surriscaldamento dell’atmosfera è un tantinello farlocca in quanto stando ai dati certi e rilevati con metodi questa volta sì scientifici «dal 1995 non c’è traccia di un aumento significativo delle temperature globali». Sipario.