Barbara Duden: «Così le donne hanno perduto la maternità»

«E oggi si vuole anche conferire alla medicina il potere di recapitare la morte a richiesta»

Nel saggio Plastikwörter (Parole ameba) lo studioso Uwe Pörksen sostiene che alcune parole, esistite da sempre, sono passate negli ultimi decenni attraverso un «candeggio intellettuale». Lanciate nella conversazione, queste parole producono onde, ma non colpiscono niente. Rimandano a cose che altre persone conoscono o fanno finta di conoscere, ma che l’interlocutore non può capire sino in fondo. Parole ameba, sempre le stesse, per ogni lingua moderna, tra cui: sessualità, crisi, informazione. E il libero pensatore Ivan Illich, un giorno entrando nello studio di Pörksen, gli disse: «Uwe, penso di aver trovato la peggiore di tutte le parole ameba: vita».
Il primo a risentire dell’abuso del concetto di vita è stato il corpo delle donne. Ne parliamo con Barbara Duden, storica tedesca e compagna di vita e di pensiero di Illich. Di lei Bollati Boringhieri ha appena pubblicato I geni in testa e il feto nel grembo (pagg. 242, euro 28), importante raccolta di saggi che prosegue la ricerca iniziata con Il corpo della donna come luogo pubblico (stesso editore), dove la studiosa descriveva amaramente il processo per cui «nel giro di pochi anni, il bambino è diventato un feto, la donna incinta un sistema uterino di approvvigionamento, il nascituro una vita, e la “vita” un valore cattolico-laico, quindi onnicomprensivo».
Le abbiamo chiesto come è stato possibile che le donne, sempre più libere, abbiano finito col perdere il contatto con una delle più intime esperienze, quella della gravidanza, pur continuando a credere di mantenerlo appieno.
«Esiste - ha risposto - una congruenza di fondo tra le fantasiose promesse della genetica e le ambizioni politiche femministe, come l’accesso al potere, il controllo sul proprio destino e sulla propria carriera. Ecco, allora, che le donne si rivolgono alla medicina innanzitutto per cercare un aiuto all’autodeterminazione: solo che quest’ultima, spesso, non è la prima cosa che esse vogliono davvero, quanto piuttosto la maschera di un servizio che il sistema vende loro».
Attraverso quali motivazioni passa, di nascosto, lo spossessamento del corpo?
«Le ritroviamo sulle riviste patinate, e scritte a caratteri cubitali nella letteratura del movimento femminista: la possibilità di controllare non solo il verificarsi della gravidanza ma anche il suo esito, che trasforma una donna incinta in una consumatrice di beni e servizi; la correzione di handicap fisici percepiti come nocivi alle prospettive di carriera; la speranza che la genetica, piuttosto che la chimica, possano attenuare l’invecchiamento».
Eppure oggi il corpo è tenuto in grande considerazione: ci si prende cura di esso, ci si allena in palestra...
«Se guardiamo al presente dal punto di vista del passato - come mi sforzo di fare nei miei libri - riusciamo a guadagnare la distanza necessaria a capire quanto assurda è l’obbedienza al diktat che ci dice di investire nella nostra salute. Si è passati dalla salute come benessere e gioia nel presente a una salute simile a un progetto di investimento molto laborioso. Il mercato delle palestre è un esempio di come l’alienazione dal buon senso abbia colonizzato la percezione di se stessi. Un’altra cosa ancora è il recente movimento che vuole conferire alla medicina il potere di recapitare la morte a richiesta dopo aver espletato la burocrazia necessaria. Orribile».
Tutto questo, però, si presenta travestito da premura verso la propria salute e da rispetto per la «vita».
«Accade perché l’obbligo di prendere decisioni razionali e responsabili genera l’illusione di un controllo individuale, in un contesto in cui la libertà è ribaltata, non essendo altro che una scelta obbligatoria tra diverse opzioni già date».