Baremboim/1 Una scelta che legittima l’odio

È difficile per chi abbia ascoltato a Roma, nel maggio dell’anno scorso, il concerto numero tre di Beethoven suonato da Daniel Barenboim, o che a Milano a dicembre l’abbia visto dirigere Tristano e Isotta, criticare un musicista così grande. Per questo è triste che abbia accettato il passaporto palestinese. Capita alle volte ai grandi artisti di credere di capire tutto sulle ali della creatività, ma la colomba della pace vola nella direzione opposta alla sua, che crea invece irresponsabilità e quindi violenza.
Il passaporto palestinese non c’entra con la libertà di opinione: Barenboim per esercitarla in favore della pace o dello Stato Palestinese ha milioni di opportunità, podi, palcoscenici... ma l’accettazione di un passaporto indica adesione a un’identità; qui, c’è un israeliano che si identifica con chi esalta i “martiri” e la jihad, ovvero gli assassini di cittadini israeliani innocenti, sui canali televisivi ufficiali e sui propri giornali (cfr Palestinian mediawatch).
E non sono teorie: mentre scriviamo arriva la notizia che per la seconda volta in un mese un carico di due tonnellate di esplosivo travestito da “aiuto umanitario” in transito dal West Bank a Gaza, dalla Palestina che ha dato a Barenboim il passaporto. Materiale che serve ai terroristi suicidi, oppure alla preparazione dei missili Kassam che vengono lanciati da Gaza, 2500 in due anni. Barenboim ha preso il passaporto, e quindi giurato fedeltà, a un’entità che non ha mai accettato l’esistenza dello Stato ebraico, e vuole cancellare l’altro Paese di cui Barenboim ha il passaporto.
Egli è ben consapevole anche del fatto che assommare i due passaporti oggi si collega implicitamente alla prospettiva di un’unica statualità per due popoli, visione corrente fra gli intellettuali anti-israeliani anche ebrei, che imbocca la prospettiva della cancellazione demografica di Israele.
In secondo luogo: Barenboim, migliore amico di Edward Said, fondatore della teorizzazioni più raffinate dell’intolleranza intellettuale poi diventata vezzo verso l’esistenza stessa di Israele, ha sempre ripetuto che tutte le sue scelte, compresa quella ammirevole di fondare un’orchestra a Ramallah, sono state ispirate non dalla politica ma da motivi sociali.
Se fosse vero, Barenboim darebbe segno di sapere che il governo che emette il suo nuovo passaporto viola tutti i diritti civili dei suoi cittadini, specie degli omosessuali (che cercano rifugio in Israele) e delle donne, perseguita i giornalisti liberi, considera secondari i diritti dei cristiani, ha lasciato mano libera alla più spaventosa corruzione di regime; Barenboim sa che si “giustiziano” collaborazionisti per la strada, che la miseria è in gran parte dovuta al furto e allo spreco dei miliardi che il mondo rovescia nelle mani dei palestinesi.
Ma Barenboim sembra leggere la loro sofferenza solo in funzione antisraeliana. E non ha mai neppure detto una parola in nome dei diritti degli altri suoi concittadini innocenti rapiti, fatti saltare per aria, bombardati. Infine, è molto difficile non vedere come su questa linea Barenboim abbia sempre raccolto grandi consensi: si sa, l’odio antioccidentale è il salotto buono dell’intellettualità mondiale. Tanti ci hanno guadagnato addirittura il premio Nobel.