Bartolo di San Gimignano

Suo padre era il conte di Mucchio, dalle parti di San Gimignano (oggi in provincia di Firenze) e Bartolo era figlio unico. Il genitore, naturalmente, progettava per lui un bel matrimonio di interesse ma quello si era messo in testa di fare il prete. Immaginatevi la guerra. Finì che Bartolo se ne andò di casa e andò a rifugiarsi dai benedettini di Pisa, lavorando per loro come infermiere. Colpiti dalla sua devozione, i monaci gli chiesero se per caso non desiderasse entrare nel loro ordine. Lui ci pregò su e una notte sognò Cristo che gli chiedeva di sopportare per amor suo vent'anni di tribolazioni. Così, Bartolo tornò al suo vecchio progetto e si fece prete, diventando parroco di Peccioli. Qui si iscrisse anche al Terz’ordine francescano. Trascorse qualche anno e si arrivò al 1280. In quell’anno Bartolo contrasse la lebbra, cioè il male più tremendo che potesse colpire un uomo del Medioevo, il flagello biblico a cui non c’era rimedio e che costringeva i malati a vivere emarginati e scansati da tutti. Bartolo si ricordò del sogno di tanti anni prima e accettò il suo male con santa rassegnazione. L’unico che non volle lasciarlo fu Vivaldo, un giovane sbandato che il prete aveva a suo tempo accolto. In compagnia di lui si trasferì nel lebbrosario di Cellole, vicino alla sua San Gimignano. In quel lazzaretto svolse le funzioni di cappellano, sebbene la malattia peggiorasse progressivamente. Malgrado tutto riusciva sempre a dir messa e, quantunque ci si aspettasse la sua dipartita da un giorno all’altro, restò malato esattamente vent’anni, trapassando nel 1300.
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