La basilica romanica ritrova le sue origini

Il primo a «rivelarsi», sotto sei strati di intonaco, è stato il volto dell’arcipresbitero Teodoro, uno dei committenti dell’opera. È stato quasi per caso, in seguito a sondaggi stratigrafici di routine, che durante il restauro del portico della basilica di Santa Sabina all’Aventino, i restauratori hanno riportato alla luce un dipinto murale di grandi dimensioni - 2,80 per 4,35 metri - che, eseguito tra la fine del VII secolo d.C. e gli inizi dell’VIII, ornava l’antica facciata dell’edificio. Probabile lavoro di un maestro greco attivo a Roma, il dipinto raffigura la Madonna con il Bambino tra i Santi Pietro e Paolo e le Sante Sabina, cui è intitolata la chiesa, e Serafia, ancella che l’avrebbe avvicinata al cristianesimo subendo il martirio prima di lei. A queste figure si aggiungono il Papa regnante e i due committenti, il presbitero Giorgio, inginocchiato, e l’arcipresbitero Teodoro, chiaramente indicati da un’iscrizione, raffigurati nell’atto di consegnare dei volumi, forse atti del Concilio, alla Vergine. Figura chiave nello studio dell’opera è stata quella di Teodoro, che ha determinato la datazione della composizione. Legato pontificio al Concilio di Costantinopoli nel 680, «candidato» Papa per ben due volte ma senza fortuna, divenne arcipresbitero nel 687 e poiché, era ancora vivente al momento dell’esecuzione del dipinto, come dimostra l’utilizzo iconografico del nimbo quadrato, il lavoro deve essere stato ultimato, al più tardi, nei primi anni del secolo successivo. Lungi dall’essere solo un dettaglio, la possibilità di datare con precisione, se non con esattezza, l’opera, impone una sostanziale rilettura delle conoscenze che, ad oggi, si hanno sull’arte del periodo altomedievale. «In questo contesto - spiega la responsabile del restauro, Lidia Del Duca - sono state usate tecniche ritenute più tarde. Le campiture blu sono state realizzate con lapislazzuli e i volti femminili e di Gesù sono stati dipinti su una base verde, detta Verdaccio, su cui poi sono state aggiunte luci e ombre. Questa scoperta imporrà inevitabilmente una retrodatazione di entrambi i metodi». Il dipinto, eseguito a latte di calce e non ad affresco, quindi facendo aderire i pigmenti sull’intonaco già secco, è parte di un complesso palinsesto pittorico.
«Durante il restauro - prosegue - è venuta alla luce pura parte della decorazione geometrica del V secolo, epoca di fondazione della Basilica, cui poi sono state sovrapposte le figure. A essere dipinta era solo la parte superiore, quella inferiore era caratterizzata da marmi. Un sondaggio nella parete vicina ha rivelato ulteriori segmenti di decorazione. Confidiamo in nuove sorprese».
Da settembre, restauri interesseranno la porta lignea della prima metà del V secolo e la cornice marmorea del portale maggiore, assemblaggio di elementi di spoglio del II e III secolo.