Bassano, il paese che volle essere... «Romano»

Nel 1964 l’orgoglio spinse gli abitanti a rifiutare al paese la qualifica «di Sutri» preferendo il più nobile aggettivo

Renato Mastronardi

Nel 1964, un ritorno improvviso di orgoglio campanilistico ed araldico spinse i bassanesi a rifiutare al proprio paese la riduttiva qualifica «di Sutri», per scegliere l’aggettivo sicuramente e storicamente più nobile, di «Romano». Per questo, da allora, oggi si va a Bassano Romano e non più a Sutri. Il paese, che è uno dei tantissimi della provincia di Viterbo, nonostante la vicinanza di appena 23 chilometri dalla capitale della Tuscia, si sente naturalmante proiettato, non solo per ragioni storiche, di più verso l’influenza della Capitale. Il borgo più antico sorge su un promontorio tufaceo che, in passato, costituì una fortezza naturale che lo tenne lontano dagli attacchi di nemici vicini e lontani. Dall’altra parte la sua particolare posizione topografica offre al paese il dominio su una vasta campagna punteggiata di boscaglia che inverdisce sempre più mano mano che si avvicina alle pendici del monte Fogliano. Da Roma, Bassano si raggiunge percorrendo la Via Claudia e, subito dopo aver superato il bivio per Oriolo Romano, si giunge al paese.
Da vedere. A Bassano Romano si riesce ad ammirare una straordinaria emergenza architettonica: quel gioiello barocco laziale che è Palazzo Odescalchi cui misero mano, per renderlo unico e magnificente, alcuni dei talenti più fantasiosi e ricercati del tempo. Alle spalle del Palazzo si estende un grande parco aperto al pubblico solo una volta l’anno, il primo maggio, ed esteso per circa 45 ettari. Oggi, però, resiste a mala pena in uno stato di degrado sconfortante. Restano invece visibili le stanze e i saloni della principessa Magione dove, superbamente, si alternano dipinti, immagini e memorie, di carattere mitologico e classico, ed alle quali prestarono mano artisti del calibro di Francesco Albani, il Domenichino, Bernardo Castello, Antonio Tempesti e quanti fecero parte della scuola dello Zuccari e del Bertoja. Di contro, non bisogna assolutamente dimenticare di passeggiare il centro storico che conserva quasi tutto il suo sapore della sua urbanistica medioevale con scale, vicoli e piazzette. E seguendo le stradine si giunge alla Chiesa di Maria Assunta in Cielo del XVI secolo costruita riutilizzando i resti di una primitiva cappella romanica. Un altro luogo di particolare devozione popolare e il Santuario della Madonna della Pietà, meta ogni anno di una singolare processione cui partecipano soltanto uomini di bianco vestiti.
Da mangiare e da bere. Si tratta di una cucina saldamente ancorata a sapori genuinamente tradizionali, in qualche caso godendo di apporti del bosco e della pastorizia. Ma senza impedire, nei momenti in cui le stagioni lo permettono, l’intrusione gradevolissima, dei frutti e dei prodotti del vicino lago di Bracciano. E, perciò, la sua offerta culinaria non può prescindere da menù che vanno dalla padellata di calamari in zimino con spinaci e pomodoro piccante, al caregone al finocchio o al cartoccio. Quindi sapori di lago mediati da una gastronomia che resta rustica. Perciò ecco un possibile menù: zuppa di fagioli, porchetta sopra un letto d’insalata; zuppa di cipolla e di farro. Tra i secondi: bistecche e spiedini di carne alla brace, carne affumicata, salumi e formaggi. L’offerta si chiude con crostate, torte e ciambelline fatte in casa. I vini a scelta vanno dal bianco Est! Est! Est! di Montefiascone all’Aleatico, rosso liquoroso di Gradoli.